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La Borsa può crollare anche senza una recessione economica?

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SCENARI DI MERCATO

La Borsa può crollare anche senza una recessione economica?

I mercati azionari possono crollare anche se non c’è una recessione in atto nell’economia reale? La risposta è brutalmente affermativa, e le controprove non mancano. È accaduto per esempio quando scoppiò la bolla internet di fine millennio: nel 2000 il Pil statunitense mise a segno una bella crescita del 3% mentre Wall Street scivolò in basso del 9%, fenomeno poi replicato nel 2002 (con il Pil reale statunitense a +2%, ma l’indice S&P500 che precipitava a -22%). Altri anni in cui l’economia è salita e le Borse sono scese? Il 1981, il 1977, il 1973, ma anche il 1969, il 1966 e il 1962.

Non mancano anche gli esempi contrari, ovvero quelli di un’economia che scende mentre le Borse salgono. È accaduto per esempio nel 2009, quando il Pil statunitense chiuse l’anno in calo dello 0,2% mentre lo S&P500 mise a segno una spettacolare crescita del 26,2%. Ma anche andando più indietro nel tempo non è raro scoprire che le Borse sono salite mentre l’economia cadeva: tra il luglio 1990 e il marzo 1991 il Pil statunitense perse l’1,4%, ma lo S&P500 guadagnò un robusto 11,6%. Incredibile poi quel che avvenne tra il gennaio e il luglio 1980: l’economia statunitense crollò del 3,7% mentre Wall Street faceva letteralmente il botto volando del 35,5%.

Questo non significa che manchi una relazione tra economia reale e Borse: esiste eccome, anzi se analizziamo le statistiche anno su anno dal 1948 in poi, la correlazione è positiva per lo 0,31 (dove 1 significherebbe un andamento perfettamente identico: l’economia sale, le Borse crescono allo stesso ritmo). Il problema è che tale relazione non è lineare, ma spesso controintuitiva: esistono come abbiamo visto anni di recessione economica in cui i mercati azionari hanno performance positive e anni in cui le Borse precipitano anche se il Pil marcia bene. A cosa è dovuto tutto questo?

Spesso i mercati azionari agiscono da “leading indicator”: cercano di anticipare la traiettoria dei profitti aziendali (e quindi dell’economia reale). Questo spiega perché in anni come il 2009 le Borse abbiano galoppato mentre il Pil cedeva terreno: la finanza aveva già intuito che l’economia reale avrebbe ripreso a crescere e ne traeva le conseguenze. Anche nel 2000 le Borse si sono mosse prima, iniziando a scendere mentre il Pil stava ancora salendo: nel clima euforico della bolla internet la doccia fredda di alcune trimestrali aveva anticipato le difficoltà economiche che sarebbero poi sfociate nella recessione iniziata nel marzo 2001.

Ora caliamoci nella situazione di oggi: i mercati statunitensi sono in stallo ma l’economia resta in salute. Cosa significa tutto questo? Che dobbiamo attenderci nel giro di qualche mese una battuta d’arresto dell'economia reale? Non è detto, anche se non sarà facile rivedere grafici di Borsa che attraversano in diagonale lo schermo dall'angolo in basso a sinistra a quello in alto a destra.

«I mercati azionari, che hanno a lungo beneficiato della maggiore propensione al rischio degli investitori, di utili in crescita e di un contesto macroeconomico favorevole (fatta eccezione per le tensioni geopolitiche) iniziano a tirare il fiato in vista di una fase in cui la crescita degli utili potrebbe essere più modesta - spiega Francesco Lomartire, responsabile di SPDR Etf per l’Italia - anche in virtù di cambiamenti strutturali che attraversano alcuni settori». Un elemento mai troppo considerato è inoltre il comportamento non sempre razionale degli investitori di fronte agli annunci o ai timori di un cambio di trend: molto spesso è questo comportamento ad accelerare determinati cicli senza che lo scenario economico sia entrato in gioco, sottolinea Lomartire.

Bisogna poi tenere conto del “duello” tra rialzi dei tassi obbligazionari e crescita degli utili aziendali, un termometro efficace per cercare di capire cosa accadrà sui mercati. «Il rialzo del decennale americano di 50-60 punti base da inizio anno compensa a grandi linee l’aumento dell’utile atteso sull’S&P500 - spiega Angelo Meda, responsabile azionario Banor sim - che è salito da 146 a 158 dollari da inizio anno utilizzando modelli di valutazione basati sull’attualizzazione dei flussi di cassa/dividendi futuri».

Rimane un elemento chiave, quindi, valutare i due fattori: dove andranno i tassi d’interesse a lunga scadenza e dove faranno rotta gli utili aziendali. «In questo momento non esiste una visione condivisa: il tasso decennale è atteso mediamente dal consensus al 3,1% per la fine del 2018, mentre gli utili sono supportati da una crescita economica mondiale abbastanza sincronizzata e da impatti su costi (lavoro e materie prime) al momento gestibili», ragiona Meda. Sarà importante, quindi, monitorare l’andamento dell’inflazione, in grado di influenzare entrambi i fattori.

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