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Mps, piano d’uscita del Mef in 18 mesi

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Mps, piano d’uscita del Mef in 18 mesi

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L’uscita dall’azionariato del Tesoro da Banca Mps, come concordato con l’Ue, dovrà avvenire entro il 2021. Ma ben prima, ovvero entro la fine dell’anno prossimo, a quanto risulta al Sole 24Ore, il Tesoro dovrà dire come intende farlo, cioè con quali passaggi e quali scadenze. Un’indicazione metodologica, insomma, che però ha molto di sostanza. Anche perchè obbligherà il maggiore azionista della banca senese, con una quota del 68%, a tirare le fila sulle future strategie immaginate per l’istituto, incluse eventuali ipotesi di M&a. Inutile dire che, alla luce di un quadro politico ancora in via di definizione, il dossier è in cerca di un curatore, che sarà ovviamente da ricercare nel prossimo inquilino di Venti Settembre. Non che la faccenda sia di facile soluzione. Servirà capire nel frattempo come si sarà mosso un titolo che, nonostante la fiammata di venerdì (+17%), deve fare ancora molta strada per tornare ai prezzi di sottoscrizione della quota (6,49 euro per azione), visto che agli attuali 3,2 euro per azione la partecipazione registra una minusvalenza potenziale di oltre il 50 per cento.

La scommessa del Mef è che a tendere, una volta ripulito il bilancio dai crediti deteriorati e rimesso in moto il motore del credito, l’istituto torni profittevole. E che quindi l’operazione di investimento si possa rivelare vincente.

Possibile d’altra parte che, se le condizioni di mercato non dovessero migliorare, si debba cristallizzare una minusvalenza per le casse pubbliche. Oppure che, nel quadro di un’aggregazione, il Tesoro possa ritrovarsi azionista, con una quota minore, di un soggetto più ampio e maggiormente capitalizzato, magari con i diritti di voto sterilizzati. Uno scenario, questo, in cui il piano di ristrutturazione concordato con Bruxelles dovrebbe essere ridiscusso, visto il cambio di perimetro della banca. Lo storia, insomma, è ancora tutta da scrivere. Realistico che tra la fine di quest’anno e il primo semestre del 2019, il quadro tra Siena, Roma e Bruxelles inizi a farsi più chiaro.

Trimestre dopo trimestre, la Commissione, tramite il monitoring trustee, avrà verificato i passi avanti fatti rispetto al piano di ristrutturazione e preso le eventuali contro misure. Di positivo c’è che l’istituto sta dando importanti segnali di ripresa sotto l’aspetto gestionale. Venerdì il gruppo guidato da Marco Morelli ha brindato al primo utile (188 milioni) dopo un anno e mezzo di perdite. La banca sta lavorando intensamente sul fronte dei costi, che hanno registrato una flessione del 12%, ed è ben posizionata in vista del raggiungimento dei target al 2019. Così come fa ben sperare la rischiosità del credito, pari a 61 punti base, ben al di sotto delle stime del piano Ue. Progressi che sono stati sottolineati dallo stesso ministro del Pier Carlo Padoan, secondo cui «il piano di ristrutturazione avviato dall’intervento del Governo procede».

Le incognite tuttavia non mancano. A partire dalla capacità della banca di riguadagnare il terreno perso nel corso degli anni. È vero gli impieghi commerciali sono saliti nel trimestre (+0,9 miliardi di euro da fine dicembre 2017, in particolare grazie alla crescita del 20% delle nuove erogazioni di mutui) ma la crescita della clientela è inferiore alle attese. E questo inevitabilmente impatta sul volume delle commissioni, e a catena sui ricavi. Non a caso le revenues totali appaiono in discesa dal 6% rispetto a un anno prima, con una frenata della raccolta complessiva simile (-6,4%). A essere più bassi delle stime concordate con Bruxelles però sono anche gli impieghi, un fronte questo su cui si concentrerà l’attenzione del management guidato da Marco Morelli nel corso di quest’anno.

Difficile d’altra parte rimettere in moto una banca che negli ultimi tre anni ha perso qualcosa come 51 miliardi di attivi (oggi a 136 miliardi), 34 miliardi di crediti e altrettanto di raccolta diretta.

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