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Petrolio, l’Opec vede rischi per l’offerta (ma non…

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Petrolio, l’Opec vede rischi per l’offerta (ma non dall’Iran)

(Ap)
(Ap)

Non è l’Iran la maggior fonte di rischio per i prezzi del petrolio, avverte l’Opec, ma l’eccessivo affidamento sui barili americani per soddisfare la futura domanda. Fuori dagli Stati Uniti gli investimenti non si sono ancora ripresi, evidenzia il rapporto mensile del gruppo, e stanno emergendo numerosi fattori potenzialmente in grado di frenare lo sviluppo della produzione Usa, compresi i dazi di Trump.

Alle sanzioni contro Teheran l’Opec «è in grado di trovare una soluzione», aveva assicurato domenica il presidente di turno dell’Organizzazione, il ministro Suhail Al Mazrouei degli Emirati arabi uniti (Uae). «Non bisogna preoccuparsi per l’offerta, non ci saranno problemi». Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati hanno insieme una capacità produttiva di riserva sufficiente a sopperire all’eventuale perdita di barili iraniani, ha aggiunto il ministro.

L’Opec stessa ieri ha ribadito di essere «pronta come sempre a sostenere la stabilità del mercato», con l’aiuto dei Paesi alleati. Dalla Russia sono già arrivate importanti aperture: «Abbiamo tutti gli strumenti per bilanciare il mercato», ha dichiarato ieri il ministro dell’Energia Alexander Novak, confermando di essere in contatto con il saudita Khalid Al Falih, con cui discuterà nei dettagli il caso Iran la settimana prossima, a margine del forum economico di San Pietroburgo. Le rassicurazioni non sono comunque bastate a fermare il rally del petrolio: il Brent ha aggiornato il record triennale nel corso della seduta, spingendosi oltre 78 dollari al barile e allungando a più di 7 dollari il vantaggio sul Wti.

Gli Usa appaiono sempre più decisi a colpire l’industria petrolifera iraniana: è emersa una nota trasmessa dalla Casa Bianca al Dipartimento di Stato, in cui si afferma che l’offerta globale di greggio e prodotti raffinati è abbastanza ampia da consentire una «significativa riduzione» dell’export di Teheran.

Nello stesso rapporto mensile dell’Opec inoltre non mancano fattori rialzisti. Secondo il gruppo le scorte petrolifere nell’Ocse sono scese a 2,829 miliardi di barili a marzo, appena 9 milioni di barili sopra la media degli ultimi cinque anni (anche se viene sottolineato che c’è ancora un surplus di 258 mb rispetto a gennaio 2014).

La domanda intanto continua a correre: nonostante i prezzi elevati l’Opec si attende un incremento di 1,65 mbg nel 2018 (a 98,85 mbg), lo stesso dell’anno scorso, e almeno per ora non ha attenuato i tagli produttivi. La crisi del Venezuela – costata la perdita di altri 100mila bg, a 1,4 mbg, il minimo da oltre trent’anni – e un ulteriore stretta da parte dei sauditi hanno mantenuto l’output del gruppo a 31,9 mbg ad aprile, 800mila bg in meno rispetto a quanto l’Opec calcoli di dover rifornire il mercato nel 2018. La previsione è che l’offerta non Opec cresca di ben 1,7 mbg, con l’89% dell’incremento concentrato negli Usa. Tuttavia «è evidente che rimangono incertezze sulla previsione di crescita», avverte l’Opec, richiamando l’attenzione su numerosi fattori di rischio: dagli «sviluppi geopolitici» ai costi di produzione, che potrebbero salire sull’onda dell’inflazione e di «potenziali restrizioni al commercio». Lo shale oil americano inoltre «è sempre più costretto a confrontarsi con costose restrizioni logistiche», oltre a subire pressioni dagli investitori, che chiedono più rigore nella gestione finanziaria.

Per l’Opec la «preoccupazione chiave» riguarda tuttavia gli investimenti, che fuori dagli Usa continuano a non ripartire: dopo il misero +2% del 2017, l’area non Opec dovrebbe espanderli solo del 3,5% quest’anno (al traino di un +20% nello shale oil) e dell’8,1% nel 2019.

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