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Morto l’immobiliarista Salvatore Ligresti, «mister 5%»…

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Morto l’immobiliarista Salvatore Ligresti, «mister 5%» della finanza italiana

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Dal sottotetto di via Tortona alla villa immersa nel verde di Via ippodromo, nel mezzo la costruzione di un impero tra finanza e assicurazioni e tanti guai giudiziari. L’ascesa e la caduta di Salvatore Ligresti, mancato nella tarda serata di ieri dopo una lunga malattia, è un pezzo di storia d’Italia. Cinquant’anni di potere nati all'ombra della Milano da bere, del boom economico e del mattone.

Con l’Ingegnere di Paternò impegnato a tirare le fila di immaginifici progetti immobiliari, sua prima fonte di guadagno e unica passione mai sopita. Uomo di grandi relazioni, prima tra tutte quella con Mediobanca e con Enrico Cuccia. È grazie ai buoni uffici di via Filodrammatici che Don Salvatore ottiene la giusta spinta per sedere nel salotto buono della finanza italiana. Un salotto che lo ha visto a lungo protagonista anche se mai veramente integrato, per quell’aura di mistero che ha sempre avvolto le origini della sua fortuna.

Più volte dato per spacciato, prima perché tra gli uomini chiave dello scandalo “Aree d’oro”, che nel 1986 provocò un vero e proprio terremoto nella politica milanese, poi perché travolto da Tangentopoli, fece quattro mesi di carcere, Ligresti è uscito di scena solo quando Mediobancaa ha deciso di tagliare i ponti. Piazzetta Cuccia lo ha fatto quando la situazione stava ormai implodendo, in Fondiaria - Sai ma anche nelle holding di famiglia, Sinergia e Imco, sommerse dai debiti. Ed è sempre sotto la regia della banca, che il bene chiave del patrimonio dell'Ingegnere nel 2012 finisce nelle mani di Unipol.
Don Salvatore perde il gioiello di famiglia ma si trova a dover fare i conti anche con una nuova tempesta giudiziaria: aggiottaggio sulla Premafin, bancarotta per le cassaforti immobiliari e falso in bilancio per FonSai. Per Ligresti è la fine. E lui, soprattutto all’inizio, faticherà a farsene una ragione. È sempre stato un uomo generoso con amici e colleghi e per questo apprezzato da chi ne ammirava l'audacia. Le porte del Tanka Village, il resort a quattro stelle in Sardegna che faceva parte della sua catena di Hotel, erano sempre aperte per gli amici.

Da buon uomo pratico sapeva che certe attenzioni vengono sempre ricompensate. Ma dopo il 2012 tutto è cambiato. Il suo mondo gli ha voltato le spalle. Con modi ben diversi da quelli che negli anni ’80 servivano per celebrarlo come “re del mattone” o “mister 5 %”, soprannominato così perché grazie ai soldi fatti con gli immobili si era costruito una ragnatela di partecipazioni in numerose società chiave di Piazza Affari, come Gemina e Pirelli. Sono gli anni delle scatole cinesi e dei patti di sindacato, bastano poche azioni per esercitare un peso determinante. E sono gli anni in cui si ritrova al controllo della Sai che poi integrerà con la Fondiaria, acquistata nel 2001 dalla Montedison sotto assedio. In pochi anni la capitalizzazione del gruppo triplica ma il declino è altrettanto repentino, complici le famose operazioni con parti correlate, spesso funzionali a finanziare gli hobby dei figli. Ma soprattutto la gestione spregiudicata del patrimonio del gruppo. Una macchia che non è più riuscito a cancellare e che ha segnato i suoi ultimi anni di vita.

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