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L’addio a Ligresti, il re dei «patti»

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la scomparsa dell’ingegnere

L’addio a Ligresti, il re dei «patti»

Salvatore Ligresti in Tribunale a Milano nel 1988 (Ansa)
Salvatore Ligresti in Tribunale a Milano nel 1988 (Ansa)

Chi lo conosceva bene, come Ignazio La Russa, dice che Salvatore Ligresti - scomparso due giorni fa a 86 anni - ha iniziato a morire quando ha perso le aziende. Ed è certamente vero perchè, per tutti quelli che lo hanno conosciuto da vicino, per l’Ingegnere siciliano le aziende controllate non hanno rappresentato solo un business ma hanno coinciso con gli interessi della famiglia, degli «amici» e degli alleati politici e finanziari.

Amici e avversari concordano nel dire che per Ligresti le aziende erano considerate «la roba», nell’accezione dello scrittore siciliano Giovanni Verga. Tanto che, a chi gli faceva notare che il gruppo Ligresti necessitava di una governance più adeguata e aperta al mercato, come provò a fare Enrico Bondi nel breve periodo di “commissariamento amichevole” della Premafin, Ligresti usava rispondere che la governance era già ben rappresentata da lui e dai suoi familiari, a partire dalle amatissime figlie Jonella e Giulia.

La verità invece è che Ligresti non è mai stato padrone delle proprie aziende come, forse, avrebbe voluto. Pur comportandosi da padre-padrone, secondo schemi finanziari di metà novecento, il controllo prima di Grassetto, di Sai e poi di Impregilo e di FondiariaSai è sempre stato esercitato attraverso una serie di scatole cinesi, composto da una finanziaria capogruppo con varie catene di subholding quotate e non, che gli è stato concesso dal rapporto privilegiato con Enrico Cuccia, siciliano come Ligresti e leader indiscusso della vecchia Mediobanca. Un controllo esercitato attraverso una serie di patti di sindacato azionari, attraverso cui la vecchia Mediobanca ha garantito per quasi quarant’anni il dominio di Ligresti nel settore dell’immobiliare e delle costruzioni e poi nelle assicurazioni, peraltro considerate più come una cassaforte finanziaria che come un distributore di polizze.

Favori di Mediobanca che Ligresti ha ampiamente compensato, soprattutto tramite le assicurazioni, diventando il principale partecipante ai patti di sindacato che Cuccia e Maranghi per decenni inventavano per blindare il controllo della cosiddetta Galassia del Nord: da Gemina a Rcs, da Italmobiliare a Ferfin, dalla stessa Mediobanca a Fondiaria, Ligresti è sempre stato onnipresente e deferente nel garantire l’ordine finanziario voluto da Cuccia acquistando quote di minoranza, piccole ma decisive, nei principali gruppi finanziari e industriali del Paese (da cui la famosa definizione di mister 5%).

Nel bene o nel male, l’Ingegnere - condannato dai Tribunali italiani per due volte - è stato un (in)discusso protagonista del capitalismo italiano del secolo scorso. Un capitalismo finanziario assai prossimo al mondo politico, come testimonia la vicinanza di Ligresti al Psi di Bettino Craxi negli anni ’80 dei grandi investimenti immobiliari a Milano - fortificato dal legame con Massimo Pini, trait d’union prima con i socialisti e poi con il mondo della politica ormai berlusconiana che andava oltre la tradizionale amicizia con la destra garantita dai fratelli La Russa.

L’inizio della fine di Ligresti risale a meno di dieci anni fa e coincide con la crisi dei suoi referenti politici e, in contemporanea, con l’uscita di scena di Vincenzo Maranghi (erede di Cuccia) da Mediobanca. Da lì in poi, un mondo finanziario basato sui patti di sindacato - di cui Ligresti è stato probabilmente il più grande protagonista - ha iniziato a scricchiolare e poi a scomparire. L’indomito Ligresti provò allora a riposizionarsi su Cesare Geronzi, allora dominus di Capitalia e da sempre in ottimi rapporti con l’Ingegnere. La nuova FondiariaSai entrò nel patto di sindacato di Capitalia e, tramite Geronzi, esercitò per alcuni anni un’influenza su Impregilo - mediata con alterne fortune da Massimo Ponzellini - riportando per breve tempo Ligresti nel settore delle grandi costruzioni. La fusione tra Capitalia e UniCredit traghettò l’Ingegnere nel capitale e nel consiglio di amministrazione della banca guidata da Alessandro Profumo che, nella fase finale del suo mandato, si legò ai Ligresti e ai loro alleati libici presenti nel capitale di UniCredit. Un’alleanza tattica di corto respiro e destinata a tramontare dopo la celebre festa libica a Roma con Gheddafi, all’epoca del cadente Governo Berlusconi.

La fine dei patti di sindacato e l’uscita di scena degli storici “padrini” politici segnò l’inizio della fine dell’Ingegnere. La crisi del debito pubblico del 2011 mise in crisi FondiariaSai, colosso finanziario dal patrimonio incerto e dalla eccessiva espozione immobiliare. Nei giorni drammatici del salvataggio, si racconta che Ligresti chiedesse ai collaboratori: «Ditemi chi devo chiamare a Roma e risolviamo la crisi al volo». Ma il mondo aveva preso a funzionare in un modo diverso. O forse l’anziano Ingegnere non si era adeguato al nuovo corso della politica e alla new wave della finanza, a partire da Mediobanca. I salvataggi tra «amici», così come i patti di sindacato, non erano più contemplati nel nuovo dizionario dei mercati.

A Ligresti non rimase altro che trattare la resa, ingloriosa per lui, e l’uscita di scena da FondiariaSai negoziando tutele e piccoli benefici per i figli. Se ne è andato in silenzio, regola che in pubblico ha seguito per tutta la vita, portandosi via mille segreti della storia della finanza italiana degli ultimi cinquanta anni.

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