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Ligresti, un impero sparito fra le inchieste. Resta solo la…

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la scomparsa di salvatore ligresti

Ligresti, un impero sparito fra le inchieste. Resta solo la cassaforte elvetica

Salvatore Ligresti con le figlie Jonella (a sinistra) e Giulia Maria (Ansa)
Salvatore Ligresti con le figlie Jonella (a sinistra) e Giulia Maria (Ansa)

«Era un imprenditore, non era un sant’uomo, ha fatto delle cose belle e meno belle». Il commento, a caldo, arriva da un manager che per oltre cinquant’anni ha affiancato Salvatore Ligresti, prima nell’ascesa e poi nella caduta. Il manager ricorda l’impegno nello Iulm e quindi il progetto dello Ieo promosso con Enrico Cuccia, i piani di edilizia convenzionata e quell’aumento di capitale nella vecchia Sai per distribuire azioni a tutti i dipendenti. Sono pensieri messi assieme alla rinfusa per convincere chi ascolta che l’Ingegnere sapeva fare del bene e che le inchieste giudiziarie, tante, che lo hanno travolto, non possono essere l’unico metro di misura per definire il personaggio.

Eppure, al di là del lavoro delle Procure, resta la schiera di risparmiatori traditi in FondiariaSai e in Premafin. Resta l’intreccio di scatole cinesi che, abbinato a ferrei patti di sindacato, permetteva a Don Salvatore di controllare con poco tanti centri nevralgici della finanza italiana. Resta la commistione a volte assai discussa con la politica, basti ricordare lo scandalo «aree d’oro», e tangentopoli. Resta il ricorso, spesso insano, alle operazioni con parti correlate che tanto hanno contribuito all’impoverimento del patrimonio di FonSai.

Resta il depauperamento di un’azienda costruita a suon di operazioni quantomeno discusse, l’ascesa in Sai con patto di riscatto firmato con Raffaele Ursini, e poi l’ingresso in Fondiaria, strappata alla Montedison sotto assedio senza promuovere alcuna Opa sul mercato. Salvatore Ligresti era certamente un imprenditore spregiudicato, alle volte nel senso peggiore del termine. «Ha avuto tante ombre», ha dichiarato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Decisamente più morbido il commento del governatore della Lombardia, Attilio Fontana: «Un personaggio sicuramente controverso, ma che ha contribuito a fare la storia di questa Regione, nel bene e nel male. Sicuramente, un personaggio rilevante». Il nuovo skyline della città porta senza dubbio la firma dell’Ingegnere, da Citylife a Porta Nuova. D’altra parte, il mattone è sempre stata la sua prima fonte di guadagno e l’unica passione mai sopita.

È proprio quella che l’ha spinto a entrare in Sai nel ’78. Fu il senatore missino Antonino La Russa, classe 1913, e all’epoca vicepresidente dell’impresa assicurativa a favorirne l’ingresso. Il caso ha poi voluto che trentaquattro anni dopo, alla riunione che ha sancito l’uscita di Ligresti da Premafin-FondiariaSai, fosse presente un altro La Russa: Ignazio. Padre e figlio hanno dunque aperto e chiuso una delle vicende più complesse dell’alta finanza in Italia. Implosa per la forma stessa con cui è stata costruita, ossia quella della piramide, a volte specchio del capitalismo a conduzione familiare: da una cassaforte si dipana una cascata di società ciascuna delle quali ne controlla una sottostante.

Un meccanismo che per essere alimentato necessita di tanti dividendi da distribuire, complice la necessità di ripagare i debiti. Quel sistema, però, a un certo punto non ha più retto. Le banche hanno chiuso i rubinetti e il castello di carta è crollato. Mediobanca in testa, il mondo del credito si è mosso quando la situazione stava ormai degenerando, in FondiariaSai ma anche nelle holding di famiglia, Sinergia e Imco. Nel 2012, dunque, Don Salvatore non solo perde i gioielli di famiglia ma si trova a dover fare i conti anche con una nuova tempesta giudiziaria: aggiotaggio sulla Premafin, bancarotta per le cassaforti immobiliari e falso in bilancio per FonSai. Per Ligresti è la fine.

Quel che resta del suo impero oggi si può contare sulle dita di una mano. Due società, che facevano direttamente capo all’Ingegnere, una Orsa Maggiore e l’altra Società cooperativa edilizia Parco Elvezia. Ricostruire cosa facciano è missione assai ardua, non esistono carte depositate che lo testimonino compiutamente. Non risulta abbiano neppure partecipazioni. Poi c’è Pegasus. È la spa controllata dalla cassaforte svizzera Defendant con il 100% del capitale, salvo un’azione, che risulta ancora intestata a Don Salvatore. In quell’azienda sono custoditi i 32 immobili detenuti nel quartiere di San Siro a Milano.

L’ultimo bilancio risale al 2016: poco più di 500 mila euro di ricavi e 88 mila euro di perdita. Le altre attività custodite nella Finsa ormai non fanno più capo alla famiglia. Il 19 febbraio del 2017 è stato disposto il sequestro conservativo sul 95% del capitale della holding su istanza di UnipolSai. L’unico altro asset riconducibile ai Ligresti è la Star management srl, società controllata da Paolo Ligresti e che si occupa procuratori per lo sport e lo spettacolo.

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