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Petrolio troppo caro, per l’Aie la domanda potrebbe frenare

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Petrolio troppo caro, per l’Aie la domanda potrebbe frenare

I prezzi elevati stanno cominciando a frenare i consumi di petrolio. È l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) a rilevarlo, dopo che il Brent questa settimana ha sfiorato quota 80 dollari al barile, ai massimi da oltre tre anni.

L’agenzia dell’Ocse per adesso ha corretto solo lievemente le previsioni sulla domanda, abbassando l’incremento atteso da 1,5 a 1,4 milioni di barili al giorno per il 2018 (quando si attesterà a 99,2 mbg). L’anno infatti è partito bene e l’economia globale sta continuando a crescere a un tasso sostenuto. Ma nel secondo semestre il rallentamento dei consumi potrebbe diventare evidente.

«Il fatto è che il i prezzi del greggio sono aumentati di circa il 75% da giugno 2017 – osserva l’Aie – Sarebbe straordinario se un balzo tanto grande non intaccasse la crescita della domanda, soprattutto dopo che negli ultimi anni diversi Paesi emergenti hanno ridotto o eliminato i sussidi per i consumatori finali».

Il probabile indebolimento dei consumi potrebbe comunque non essere sufficiente a raffreddare il prezzo del barile, perché i rischi relativi all’offerta sono ancora più allarmanti agli occhi dell’Agenzia, che – dopo il ripristino delle sanzioni Usa contro l’Iran e il tracollo della produzione in Venezuela – prefigura la possibilità di un ricorso alle scorte di emergenza: «Monitoreremo da vicino gli sviluppi e se necessario siamo pronti ad agire per assicurare che i mercati rimangano ben riforniti».

Anche l’Arabia Saudita merita un encomio:  la sua disponibilità a compensare l’eventuale perdita di barili iraniani è «particolarmente benvenuta», afferma l’Aie, visto che un calo dell’export di Teheran «non è l’unico rischio che incombe sul mercato». Il Venezuela – la cui produzione è già crollata del 40% in dodici mesi, a 1,4 mbg – potrebbe perdere ancora «diverse centinaia di migliaia di barili al giorno» entro la fine del 2018, teme l’Agenzia.

Anche in altri Paesi le estrazioni sono in forte calo: il declino dei giacimenti in Messico, dove la produzione è in ribasso dell’8% rispetto a un anno fa, ha sottratto al mercato ben 176mila bg. Le estrazioni sono in declino pure in Brasile e nel Mare del Nord, osserva l’Aie, che comunque – al traino degli Usa – vede tuttora crescere l’offerta non Opec di 1,87 mbg nel 2018.

Le difficoltà estrattive, unite ai tagli dell’Opec e dei suoi alleati e a una domanda (finora) molto robusta, hanno in ogni caso spazzato via il surplus dai mercati petroliferi: per la prima volta dal 2015 a marzo le scorte nell’area Ocse sono scese sotto la media quinquennale, proclama l’Aie, che un mese fa aveva previsto che l’Opec fosse vicina a poter proclamare «missione compiuta».

I tagli produttivi per ora non solo continuano, ma – anche a causa della crisi venezuelana – sono sempre più profondi: l’Opec ha estratto 31,65 mbg di greggio ad aprile (-130mila bg), invece dei 32,25 che secondo l’Aie le sarebbero richiesti di qui alla fine dell’anno. Se il gruppo non modificherà le sue strategie, le scorte continueranno a scendere.

«La potenziale doppia mancanza di petrolio, rappresentata da Iran e Venezuela, potrebbe presentare una sfida importante per i produttori», avverte l’Agenzia dell’Ocse. Per tenere a freno il prezzo del barile occorre infatti «colmare le carenze non solo in termini di numero di barili, ma anche in termini di qualità del greggio».

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