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Contratto Lega-M5S, le misure Sul risparmio peccano di faciloneria

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Il nodo del credito

Contratto Lega-M5S, le misure Sul risparmio peccano di faciloneria

(Afp)
(Afp)

Se sarà davvero il “governo del cambiamento” non lo si vedrà per il programma su banche e risparmio. Un capitolo che sembra approvato senza problemi, tanto che è privo dei segnali gialli e rossi che indicano le aree ancora controverse in sede tecnica o politica.

Due le proposte principali: creare una banca di investimento pubblica e rivedere le norme europee in materia di bail-in.

Sul primo punto, pur in assenza di dettagli specifici, si possono formulare fin d'ora tre perplessità. Primo. Sembra si voglia cedere alla vecchia tentazione di risolvere i problemi dando vita ad un nuovo soggetto, magari con un nome da sventolare come una bandiera programmatica. Ieri era la banca del Mezzogiorno cara a Tremonti; oggi è la banca degli investimenti. Chi osa mettersi contro un ente che si propone di finanziare le aziende del Sud o gli imprenditori che aumentano la capacità produttiva? È come mettersi contro una mamma nel giorno della festa di maggio. Il problema è che non si vede perché una nuova istituzione debba conseguire risultati diversi dal gran numero di banche già esistenti. I fallimenti del mercato, che pure esistono, non sono risolti ipso facto da una nuova creatura pubblica, ma richiedono di individuare le cause e di proporre rimedi coerenti. Secondo.

Mancano dettagli fondamentali come il coordinamento fra la nuova banca e la Banca europea degli investimenti, che da sempre opera attivamente in Italia e la Cassa depositi e prestiti, le cui attività si sovrappongono in gran parte con quelle della nuova istituzione. La terza perplessità è ancora più netta e riguarda la proprietà e la governance. Il testo si limita a dire che la banca deve «usufruire di una diretta ed esplicita garanzia dello Stato» sulle passività emesse (Eurostat avrà pure qualcosa da dire per quanto riguarda l'inclusione di questi impegni nel perimetro del debito pubblico) e che «dovrà agire sotto la supervisione di un organismo di controllo pubblico nel quale siano presenti il Ministero dell'Economia e il Ministero dello sviluppo economico». Qui proprio non ci siamo. La proprietà pubblica delle banche non è affatto un ferro vecchio da abbandonare. Anzi, un difetto dell'ondata di privatizzazioni che ha percorso i paesi avanzati negli ultimi decenni, Italia compresa, è stato proprio quello di farci dimenticare i successi ottenuti da banche pubbliche come la Comit di Mattioli, i Mediocrediti regionali di Giordano dell'Amore, l'Imi di Siglienti.

Ma in tutte quelle realtà, a differenza di altre che sono fallite negli errori di gestione e nel peggiore clientelismo, il management difendeva orgogliosamente la propria indipendenza tecnica e non si è mai prestato ad essere sottoposto all'occhiuta supervisione dei ministri economici. Il secondo punto fondamentale del programma riguarda la tutela del risparmio. Si parte affermando che il principio del bail-in introdotto dalla direttiva europea «ha provocato la destabilizzazione del credito in Italia con conseguenze negative per le famiglie che si sono viste espropriare i propri risparmi che supponevano essere investiti in attività sicure». Essere contro il bail-in oggi è fin troppo facile, ma di qui ad indicarlo come causa della crisi corre un abisso. Caso mai è vero il contrario. Certo, è stato introdotto in modo affrettato e di fatto retroattivo. Per di più nessuno ha chiesto con forza nel momento in cui si redigeva la direttiva che venisse applicato solo alle passività detenute da investitori istituzionali.

Inoltre in Italia è mancata un'adeguata segnalazione al pubblico del nuovo pericolo da parte delle autorità (Consob in testa) preposte alla tutela degli investitori. Detto questo, ampliare l'ombrello dei risarcimenti, come viene proposto, appare cosa buona e giusta, anche se le risorse cui attingere (assicurazioni e polizze dormienti) sembrano limitate. Puramente velleitarie sembrano invece le richieste di estendere i risarcimenti ai piccoli azionisti e di rivedere sostanzialmente il meccanismo del bail-in. Per quanto riguarda il primo aspetto, il coinvolgimento in toto degli azionisti è un principio radicato non solo e non tanto nell'ordinamento europeo, ma anche nella prassi italiana. Fin dai tempi dei dissesti di Sindona e Calvi, i piccoli azionisti hanno visto respingere la loro richiesta di essere trattati in modo diverso dai grandi azionisti responsabili del dissesto. La logica è dura, ma è quella del mercato: il capitale di rischio assorbe le perdite, quale ne sia la causa. Se c'è dolo o peggio, il risarcimento non può che venire dai responsabili ultimi.Per quanto riguarda infine il minaccioso proposito di «rivedere radicalmente» il meccanismo del bail-in, basta ricordare che tornare indietro oggi è molto difficile.

L'obiettivo si scontra infatti con le complessità di ogni modifica delle direttive europee ma soprattutto con il consenso politico che si è ormai consolidato sul principio in sé. Per la semplice ragione che questo vituperato strumento è stato introdotto proprio per proteggere i contribuenti, quindi i risparmiatori, dal rischio che le crisi bancarie siano pagate con risorse pubbliche. Piaccia o no, il bail-in è ormai diventato una componente della moneta unica e dell'unione bancaria e sollevare il sospetto che sia addirittura contrario al dettato costituzionale non giova né ai risparmiatori truffati né alla credibilità dei cambiamenti promessi. La morale di fondo è che la finanza è per definizione il regno della concretezza e delle compatibilità, ingredienti che il populismo di ogni tempo ha sempre fatto fatica a masticare, prima ancora che a digerire.

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