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Il petrolio a 80 dollari al barile allarma i consumatori

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Il petrolio a 80 dollari al barile allarma i consumatori

(Reuters)
(Reuters)

La soglia dei 70 dollari al barile aveva ceduto appena un mese fa, ma il petrolio ha già tagliato anche il traguardo successivo: il Brent ha superato quota 80 dollari, il livello desiderato dai sauditi, stando alle indiscrezioni lasciate filtrare da Riad. Il riferimento europeo si è spinto fino a un picco di 80,33 $ nel corso della seduta, prima di chiudere a 79,30 $, invariato rispetto a mercoledì.

Il ritorno del barile a 60 dollari, avvenuto l’autunno scorso, aveva richiesto oltre due anni durante i quali – al culmine della crisi, a gennaio 2016 – il prezzo era scivolato addirittura sotto 30 dollari. La ripresa, inizialmente graduale, ha subito un’accelerazione quando è diventato chiaro che l’eccesso di offerta non solo è scomparso, ma ha ceduto il passo a una situazione di deficit che minaccia di aggravarsi.

La crisi in Venezuela – dove la produzione è crollata del 40% in due anni, a 1,4 milioni di barili al giorno – sta diventando ogni giorno più drammatica e il ripristino delle sanzioni Usa contro l’Iran da parte degli Usa, pur avendo un impatto ancora incerto, sta già iniziando a ostacolare le esportazioni di greggio di Teheran.

Il periodo di grazia scadrà solo il 4 novembre, ma molti armatori (anche non americani) stanno rifiutando il trasporto di merci da e verso la Repubblica islamica, in parte per la difficoltà a ottenere lettere di credito dalle banche, ma soprattutto per problemi assicurativi: Platts riferisce che il P & I (Protection & Indemnity) Club di Londra ha informato i soci che il dipartimento Usa del Tesoro ha avvertito «in via informale» il suo ufficio legale che le transazioni relative all’Iran «potrebbero essere sanzionate».

Il rally del petrolio – e le prime previsioni di un ritorno a quota 100 dollari – comincia intanto a suscitare allarme. Il ministro del Petrolio dell’India, Dharmendra Pradhan, ha informato via Twitter di aver telefonato all’omologo saudita Khalid Al Falih per esprimergli «preoccupazione sulla salita dei prezzi del greggio e l’impatto negativo sui consumatori e l’economia dell’India».

L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha avvertito che il caro-petrolio potrebbe frenare i consumi, anche se c’è anche chi la vede diversamente: Goldman Sachs ad esempio è convinta che la domanda globale salirà al livello record di 100 mbg già «quest’estate», rischiando di ampliare il deficit di offerta a un milione di barili al giorno.

Per il settore petrolifero l’uscita dalla crisi, la più lunga e dolorosa a memoria d’uomo, è stata difficile: è stato necessario sacrificare un miliardo di barili, calcola la Reuters, per riassorbire l’enorme surplus che si era accumulato sul mercato, un lavoro che in gran parte è caduto sulle spalle dell’Opec e della Russia, che hanno costruito un’alleanza che pochi credevano possibile.

I tagli produttivi effettuati (e in alcuni casi subiti) dai Paesi della coalizione hanno più che compensato persino la formidabile crescita dello shale oil americano, che ha catapultato gli Stati Uniti al secondo posto tra le potenze petrolifere mondiali: con 10,7 mbg, il ...% in più rispetto a due anni fa, Washington oggi supera Riad e insidia il primato di Mosca.

Ora per l’Opec e i suoi alleati potrebbe essere il momento di un cambio di strategia. Il prossimo vertice – che è ormai dietro l’angolo, il 22 giugno a Vienna – deciderà se, quando e quanto modificare i tetti di produzione. Ma non è affatto scontato che ci sia un’immediata reazione al rally dei prezzi, anche se l’obiettivo originario, quello di riportare le scorte petrolifere al livello medio degli ultimi cinque anni, è stato raggiunto: nell’Ocse a marzo gli stock erano già “sotto” di un milione di barili secondo l’Aie.

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