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I 3 timori dei mercati sul governo M5S-Lega

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la grande incertezza

I 3 timori dei mercati sul governo M5S-Lega

Trader al lavoro alla Borsa di New York(Ap)
Trader al lavoro alla Borsa di New York(Ap)

È vero che non bisogna sottomettersi alla dittatura dello spread. È vero che i mercati finanziari hanno creato gravi danni all’economia in passato. Ma è anche vero che un Paese con oltre 2mila miliardi di debiti pubblici, sui mercati finanziari ci deve pur stare. Piaccia o non piaccia: quelli che spesso chiamiamo speculatori sono gli stessi soggetti che comprano il nostro debito pubblico (che per il 31% è in mani estere), le azioni in Borsa delle nostre società (il cui flottante è per il 95% in mani internazionali) e le obbligazioni delle nostre aziende.

Per questo gli umori degli investitori non vanno sottovalutati: perché quando sono avversi si traducono in maggiori interessi per lo Stato, in minori capacità per le nostre aziende e le nostre banche di reperire capitali sui mercati internazionali e - in fin dei conti - in una restrizione creditizia per l’intero Paese.

Oggi gli investitori ancora non sono eccessivamente preoccupati, più che altro perché - come spiega un gestore da Londra - «in pochi credono che tutte le misure proposte possano essere realizzate davvero». Ma una certa tensione inizia ad affiorare.

A preoccupare oggi i mercati sono tre elementi. Il primo è legato alla tenuta dei conti pubblici. Le misure economiche inserite nel «Contratto», messe tutte insieme, potrebbero valere a regime circa 5 punti di Pil: il deficit - supponendo che venissero attuate tutte insieme nel 2019 - potrebbe dunque salire fino al 5,8%. La scommessa del futuro Governo è che gli stimoli fiscali diano una spinta all’economia, riducendo i rapporti deficit/Pil e debito/Pil in maniera naturale.

E questo è il secondo punto di preoccupazione: i modelli che usano molti economisti sembrano dimostrare che sia molto difficile raggiungere questo obiettivo. Perché è vero che il Pil salirebbe con una propulsione così forte come flat tax e reddito di cittadinanza, ma è anche vero che è molto difficile compensare interamente l’aumento di deficit e debito con l’extra-crescita. Questo perché - storicamente - il taglio delle imposte si traduce in maggiori consumi ma anche in maggiori risparmi da parte delle famiglie. E anche perché il «Contratto» non prevede grandi riforme strutturali, quelle che renderebbero la crescita più sostenibile e duratura nel tempo.

Il terzo motivo di preoccupazione sui mercati è che, nonostante siano state tolte dalla versione finale le parti più estreme contro l’euro, in fondo il nuovo Governo nasce con un’impronta contraria alla moneta unica. Questo è l’incubo peggiore per gli investitori. L’ipotesi, anche lontanissima, che un Paese possa uscire dalla moneta unica e dunque svalutare la propria valuta causa fughe di capitali: perché nessuno vuole lasciare i propri soldi investiti in una moneta che improvvisamente perde valore. Questa preoccupazione - dimostra l’indice Sentix - è oggi bassa. Ma qualche piccolo indicatore di tensione c’è: per esempio sta aumentando la correlazione tra lo spread BTp-Bund e il cambio franco svizzero-euro. Segno che, sui mercati, qualcuno inizia già a speculare su possibili fughe di capitali.

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