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Dalla musica all’oil: la «dieta forzata» del colosso…

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Dalla musica all’oil: la «dieta forzata» del colosso Mubadala

Negli ultimi sei anni, ogni volta che una qualsiasi radio o tv mandava in onda una canzone dei Queen; e ogni volta che un millennial in giro per il mondo cliccava un video di Freddie Mercury su YouTube, una parte dei diritti d’autore prendeva la via di Abu Dhabi. Fino a ieri Mubadala, il fondo sovrano degli Emirati che gestisce 100 miliardi di dollari, era uno degli azionisti del catalogo della (ex) casa discografica Emi che ha in pancia centinaia di artisti e milioni di canzoni: ora però gli emiri sono usciti dalla musica, vendendo alla giapponese Sony e incassando quasi 2 miliardi di dollari.

Sono lontani i tempi in cui il ricchissimo e potente fondo sovrano faceva shopping in giro per il mondo. Alle porte di Abu Dhabi, negli uffici di Mubadala, da mesi è partita una cura dimagrante: lo sceicco Zayed Al Nayan, il principe ereditario degli Emirati che è anche il presidente della stessa Mubadala, ha deciso un netto cambio di rotta. La parola d’ordine è «razionalizzazione»: chiamatela una spending review emiratina, finita (almeno per ora) l’epopea del petrolio a 100 dollari. Nati agli inizi degli anni Duemila, in un mondo a crescita infina e globalizzazione marciante, con le materie prime che salivano sulla scia della domanda mondiale, i fondi sovrani hanno vissuto anni ipertrofici. Oggi sono costretti a ridisegnare il loro perimetro: «Mubadala ne è la quintessenza» sintetizza Bernardo Bortolotti, il direttore del Dipartimento sui Fondi Sovrani dell’Università Bocconi. Se per anni il modello di Mubadala, e di tutti gli altri fondi, si era ispirato Norges, il braccio finanziario della Norvegia,ossia grande diversificazione e grandi investimenti esteri, ora c’è stato un «cambio di rotta».Mubadala è una sorta di IRI di Abu Dhabi: spazia dal colosso Usa dei chip AMD, alla compagnia petrolifera spagnola Cepsa, fino a Unicredit e Piaggio Aerospace.

Con un quadro macro più fragile, crescita mondiale meno robusta e domanda di materie prime molto volatile, la prima mossa è stata la fusione dei due fondi sovrani degli Emirati: Adic, l’Abu Dhabi Investment Council, con una dote 120 miliardi, è stato inglobato dentro Mubadala: diventerà il più grosso fondo sovrano del Golfo Persico con 220 miliardi di potenza di fuoco. Già nei mesi scorsi altri matrimoni nella finanza erano stati celebrati: le due più grandi banche dell’emirato, la National Bank of Abu Dhabi e First Gulf Bank, si sono unite lo scorso anno per dare vita alla First Abu Dhabi Bank. E il primo azionista della nuova banca nata dalla fusione era proprio Adic, con il 33%: ora dunque Mubadala sarà il nuovo proprietario dell’istituto.

Di recente, inoltre, la neonata divisione Mubadala Petroleum, che è nata dall’assorbimento della vecchia Ipic, International Petroleum Investment Company, è entrata in affari con l’Eni: la compagnia petrolifera di Stato italiana ha ceduto il 10% della concessione di Shorouk, al largo delle coste dell’Egitto, dove si trova il giacimento di gas super-giant «Zohr». Eni, attraverso la sua controllata Ieoc, detiene attualmente una quota di partecipazione nel blocco del 60%; gli altri partner sono i russi di Rosneft con il 30% e gli inglesi di Bp con il 10%. Come contropartita il Cane a Sei Zampe ha ottenuto negli Emirati una quota del 5% nel giacimento petrolifero di Lower Zakum e una quota del 10% nei giacimenti oil, condensati e gas di Umm Shaif e Nasr, tutti in mare aperto.

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