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Da Etruria alle Venete, chi è stato risarcito (e chi no) dai…

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governo e tutele

Da Etruria alle Venete, chi è stato risarcito (e chi no) dai crack bancari

È probabile che uno dei primi atti del prossimo governo, qualunque sarà la sua composizione, sia diretto alla «tutela dei risparmiatori» inciampati nelle crisi bancarie di questi anni. A decidere l’agenda, però, più dell’impegno rilanciato dal premier incaricato Giuseppe Conte è il lavoro compiuto fin qui sul fondo da 100 milioni messo a disposizione dall’ultima manovra: l’istruttoria all’Economia è completata, e il testo aspetta a Palazzo Chigi solo la firma del presidente del consiglio.

Con questo tassello, mancherebbero circa 300 milioni per completare l’ombrello sugli obbligazionisti junior colpiti da liquidazioni e burden sharing. Per i titoli bruciati dalla liquidazione delle banche regionali (Banca Marche, Banca Etruria, Carichieti e Cariferrara) finora il fondo interbancario di tutela dei depositi, alimentato dagli istituti di credito, ha pagato rimborsi per 180,8 milioni. Secondo i calcoli dello stesso fondo, l’esame completo delle 16mila domande arrivate (oggi siamo ai nove decimi) porterà a 190 milioni i rimborsi complessivi, una somma che vale il 55% dei 340 milioni di obbligazioni vendute dalle quattro banche ai piccoli risparmiatori (il dato è nel «bilancio di mandato» diffuso giovedì dal ministro uscente dell’Economia Padoan). Altre richieste per 50 milioni, sotto esame al Fondo, sono arrivate da 8.090 obbligazionisti junior di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, che secondo le stime circolate nei mesi scorsi avevano piazzato sul mercato retail bond junior per circa 300-350 milioni.

Nel caso più grande, quello di Monte Paschi, i 2,2 miliardi di bond Upper Tier II venduti ai risparmiatori nel 2008 sono entrati nel meccanismo di conversione in titoli ordinari all’interno della ricapitalizzazione precauzionale finanziata dallo Stato.

Su queste basi è possibile tracciare un primo bilancio, che a fronte di 2,9 miliardi di bond subordinati finiti nelle tasche dei risparmiatori retail conta rimborsi erogati o in corso d’opera vicini ai 2,6 miliardi (i 2,2 miliardi di Mps, i 240 targati fondo interbancario e i 100 milioni in quattro anni messi a disposizione da governo e parlamento con l’ultima manovra). Il problema, grave soprattutto su un terreno delicato come quello del risparmio delle famiglie, è stato semmai quello dei tempi lunghi che spesso hanno scandito queste tappe: tempi lunghi che hanno accompagnato anche l’avvio degli arbitrati Anac, chiamati a trattare i casi che non hanno voluto o potuto passare dal sistema dei rimborsi a forfait tramite il fondo interbancario.

L’esigenza di aggiungere benzina ai 100 milioni dell’ultima legge di bilancio è stata riconosciuta anche dal governo uscente, a partire dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta che dal Mef ha seguito tutta la partita. Ma se ci si concentra sulle obbligazioni junior, vendute spesso senza mettere in chiaro i rischi della subordinazione, le cifre sono gestibili. Il quadro ovviamente cambia se si pensa a meccanismi di tutela estesi agli azionisti, come scritto nel «contratto di governo» M5S-Lega, che oltre ad andare in rotta di collisione con le regole europee su risoluzioni bancarie e aiuti di Stato allargerebbero i costi pubblici in un modo oggi impossibile da misurare.

Il costo per il sistema
Va detto che, nonostante il dibattito politico spesso insista sul tema del costo dei salvataggi a danno dei risparmiatori, nel complesso i salvataggi delle banche italiane negli ultimi anni sono stati coperti soprattutto dal sistema bancario italiano oltre, ovviamente, agli stessi contribuenti per il tramite dello Stato. In totale, il costo dei salvataggi è pari a 25,6 miliardi, secondo la stima elaborata da Equita Sim insieme a Il Sole 24 Ore. Il calcolo tiene conto degli investimenti andati definitivamente in fumo e delle somme anticipate a vario titolo dallo Stato (o dai privati, nel caso degli obbligazionisti convertiti di Mps) comparate con i valori medi che oggi il mercato riconoscerebbe agli asset sottostanti (azioni e Npl) nel caso - teorico - in cui si dovessero chiudere immediatamente tutte le partite.

Resta il fatto che di questa somma, oltre la metà (14 miliardi) risulta a carico dei contribuenti, mentre i restante 11,5 miliardi sono stati “coperti” dai privati (come si può vedere dai dati raccolti nell’infografica a lato). Soldi che sono stati versati o attraverso il fondo Atlante – che in origine avrebbe dovuto rilanciare le banche in crisi, e invece ha fornito il suo contributo a fondo perduto – oppure tramite il supporto dello Schema volontario, oppure, come nel caso di Siena e delle due Venete, sono il frutto della riduzione di valore dei bond subordinati nel quadro del burden sharing.

Il sacrificio degli investitori retail è stato massiccio, ovviamente, nel caso delle due Venete, ma si è concentrato soprattutto sul capitale di rischio formato dalle azioni. Secondo i dati del Centro studi di Unioncamere Veneto, nel caso di Veneto Banca gli 87mila soci circa hanno registrato una perdita di valore delle azioni pari a circa 3,8 miliardi di euro (sulla base dei valori azionari di 30,5 euro determinati all’assemblea dei soci del 2015). Nel caso di Pop.Vicenza l’impatto ha riguardato 119mila soci per 4,8 miliardi di euro al valore di 48 euro (fissato all’assemblea dei soci del 2015) e di 6,3 miliardi di euro al valore di 62,5 euro.

Introdotto con la direttiva europea Brrd, la direttiva che disciplina le modalità di gestione delle crisi bancarie, il bail-in come noto prevede che le autorità di risoluzione dispongano la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti o, se necessario, la loro conversione in azioni, così da poter ricapitalizzare la banca e mantenere la stabilità finanziaria. Tuttavia «va notato che la direttiva Brrd di fatto non è mai stata applicata sui senior bondholder e, in alcuni casi, - spiega Giovanni Razzoli, analista di Equita Sim - anche i detentori di bond subordinati sono stati protetti dal bail-in».

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