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Italia divisa in due, tra rischio «colonizzazione» e conquiste…

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Italia divisa in due, tra rischio «colonizzazione» e conquiste estere

Cosa è oggi l'Italia delle imprese del 2018? È il paese dei treni Italo diventati «Amerigo» (copyright ironico dei social media), della Lemonsoda finita nelle mani dei danesi e dei storici pandori Melegatti falliti dopo 150 anni. Ma allo stesso tempo quella della Ferrero che scala il colosso Nestlè negli Usa; di Enel che scala il colosso brasiliano Eletropaulo; e dei Benetton che si comprano le autostrade spagnole. L'Italia è un paese diviso in due, non solo per le elezioni che hanno disegnato una nazione spaccata, tra sovranisti ed europeisti, ma anche nella finanza e nell’industria.

Quando lo scorso febbraio il fondo Gip ha messo sul piatto 1,9 miliardi di euro per comprarsi NTV, è stato un fulmine a ciel sereno nella calma piatta che sempre contraddistingue il paese pre-elezioni. Gli americani mettevano l’unica vera start-up industriale nata in Italia negli ultimi 5 anni. Appena arrivata in utile, finita preda degli stranieri. Una delle regole base delle acquisizioni è che più un’operazione è sistemica e più c'è attendismo sul versante politico: ma proprio l'«Affaire Italo», con tanto di coda polemica e inevitabile teatrino politico, dimostra che instabilità o Rischio Italia pesano zero. Quando «un’azienda è appetibile, l’operazione si chiude a prescindere» commenta l’avvocato Paolo Sersale, decano dello studio Clifford Chance che da 20 anni si occupa di M&A . Nel caso di Italo, però, a sfavore del Sistema Italia: è stata l'ennesima calata dello straniero.

Il «Rischio Colonizzazione» è uno dei temi reali e strategici del paese, mai abbastanza dibattuto: in 8 anni di crisi, da cui il paese sta uscendo, lentissimamente e a fatica, solo ora, l’Italia è stata terra di raid: decine le aziende vendute. C'è stato un periodo in cui il paese è parso effettivamente in svendita: capitali asiatici, russi e arabi hanno fatto incetta. Dalla Pirelli venduta a ChemChina; ai grattacieli di Porta Nuova a Milano e alla Costa Smeralda comprata dal Qatar; all’Alitalia in mano agli emiri di Abu Dhabi; al Gancia e Cinzano volate in Russia. Pure il calcio, orgoglio nazionale, ha perso il passaporto tricolore: Ac Milan e Inter cinesi, la As Roma americana.

Passata l’ondata dei capitali emergenti si sono riaffacciati investitori «occidentali» e una nuova ondata di padroni stranieri è in arrivo. Ne sa qualcosa lo stesso Sersale che ha guidato l'italianissima Permasteelisa verso un nuovo padrone straniero (dai giapponesi di Lixil ai cinesi di GrandLand) e gli inglesi di ITV a comprarsi la maggioranza di Cattleya (la casa tv che produce Gomorra).

Non è solo il BelPaese, a dire il vero, ma un fenomeno che interessa un po' tutto il Vecchio Continente: l’anno scorso fusioni e acquisizioni hanno sono arrivate a sfiorare i 1000 miliardi di dollari (924 per la precisione), unica area geografica del mondo in crescita; tutto il resto, dagli Usa, alla locomotiva Cina, sono caduti (-12% gli Usa) o addirittura crollati (-52% la Cina). In Italia, peraltro, c'è stato un risvelgio: +19% le operazioni, per un totale di 66 miliardi di dollari, il 7,3% di tutto il Vecchio Contintente. Europa isola felice del mercato M&A o terra di conquista? Il confine tra essere attraenti o invasi è sempre molto sottile. Uno dei temi è se la perdita di aziende a proprietà nazionale rischia di indebolire il paese.

Se Italo diventa americana, il viaggiatore ovviamente non se ne accorge: i treni viaggeranno lo stesso come prima. Ma il rischio di tante Italo è quello di ritrovarsi una nazione di consumatori dove le aziende sono tutte di proprietà straniera? Non sarebbe fantascienza: già oggi esistono in Europa paesi senza. Olanda e Belgio sono due casi reali: «Hanno perso il loro potere?» è la domanda retorica di Sersale e la risposta è NO. Però Olanda e Belgio sono anche due paesi che messi insieme fanno meno della metà della popolazione italiana.

«I fondi stranieri che investono in Italia portano risorse finanziarie raccolte presso risparmiatori di tutto il mondo e il paese ha bisogno di investimenti: abbiamo capitali domestici sufficienti per fare a meno di queste risorse?» si domanda, ancora retoricamente, l’avvocato d’affari. Nel paese non ci sono capitali: tolto il risparmio privato (che però non arriva sui mercati, stante il nanismo della Borsa e dei Fondi Pensione,i veri catalizzatori di denaro privato verso le aziende), le risorse del sistema sono limitate e inadeguate a competere sui mercati globali. Certo, il pericolo “colonizzazione” esiste, ma la colpa non è del modello: «I capitali stranieri dovrebbero essere benvenuti, soprattutto nel caso di infrastrutture che sono inamovibili. Gli americani mica si porteranno via i treni». I treni no, ma il peso specifico, il “potere”, quelli sì. Le decisioni strategiche saranno prese altrove e i profitti,se ci sono, andranno altrove.

C'è indirettamente una perdita di ruolo negoziale del paese. Ma questo è un compito della politica: «Chi governa dovrebbe intervenire sulle regole che disciplinano gli investimenti per gestire i rischi e le distorsioni di uno sbarco in massa di investitori stranieri e assicurare che gli investimenti siano gestiti tenendo consto degli interessi del Paese e dei consumatori» chiosa Sersale.

Perché una cosa è certa: lo shopping straniero in Italia non si fermerà. Le acquisizioni continueranno anche quest'anno, nonostante l'Italia non abbia ancora un Governo (cosa che peraltro né in Spagna né in Germania ha creato troppi problemi di recente) per tre motivi: perchè l'Italia continua ad avere bisogno di capitali, e allo stesso ha marchi che piacciono all'estero. E perché in giro c'è una montagna di liquidità (si calcola che i fondi di private equity abbiano in pancia 1.000 miliardi di dollari non ancora investiti). Dunque lo shopping straniero in Italia non si fermerà. Ma saranno acquisti selettivi: solo asset solidi e aziende sane. Va a finire che gli stranieri si compreranno il meglio del Belpaese, lasciando tutto il resto andare alla deriva? E' un rischio.

L'idea di un'Italia colonia straniera e solo terra di conquista è però fuorviante. Perché incompleta: disegna solo un lato della medaglia. Per un “dritto” di un paese dove le aziende familiari finiscono in mano agli stranieri, prima asiatici, ora più occidentali; c'è anche un “rovescio” di un paese che si espande all'estero. C'è la Ferrero che si è comprata negli Usa i dolciumi di Nestlè, la più grossa multinazionale alimentare al mondo. Oppure i Benetton che addirittura un giorno prima delle elezioni diventano i padroni dell'Eurotunnel, la galleria sotto la Manica, e ora si prendono pure le autostrade spagnole in tandem con il costruttore Florentino Perez, proprietario di Acs-Dragados e del Real Madrid. Ci sono le aziende statali Fincantieri, che si prende i cantieri navali francesi di Stx; Enel, che tenta di comprarsi la brasiliana Eletropaulo; ed Eni che entra in un giacimento petrolifero negli Emirati.

Le imprese italiana sono tornate a investire: non tutte, però. Solo quelle grandi, che peraltro in Italia sono da sempre troppo poche: quasi dieci anni di crisi hanno creato un solco nel paese tra chi è internazionale e chi no. Lo dice la Bei, la banca europea per gli investimenti: la spesa per gli investimenti dopo aver toccato un minimo a settembre del 2014, è ripartita in Italia e la spesa in innovazione e nuove tecnologie è alla pari degli altri paesi europei. Le buone notizie sono però controbilanciate da storture: gli investimenti sono ripartiti più tardi degli altri paesi e rimangono però ancora sotto i livelli pre-crisi. L'Italia non diventerà una colonia, ma rischia di avere un'economia spaccata a metà: il Made in Italy che ha appeal e attira investimenti e capitali; e tutto il resto che rischia di finire alla deriva.

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