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L’equilibrio dell’Italia passa dalle riforme

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L’equilibrio dell’Italia passa dalle riforme

Gli Italiani, oggi, sono più poveri di dieci anni fa. Il Pil pro capite dell’Italia è inferiore a quello del 2008, 28.278 euro contro gli attuali 26.641 euro. Questo dato è fondamentale per capire cos’è successo questa settimana sui mercati finanziari. Perché il famigerato “spread”, ovvero il differenziale tra il rendimento del decennale italiano e quello tedesco ha toccato i 316 punti base, il doppio rispetto ai valori di inizio maggio. Perché Piazza Affari ha perso tutti i guadagni accumulati quest’anno. La sempre più complessa situazione politica nel nostro Paese ha iniziato a impensierire gli investitori. Ma il vero problema non è la crisi di governo, o lo è solo in parte. La situazione di caos potrebbe portare gli italiani, più poveri di dieci anni fa, a chiedere politiche sempre più espansive in rotta di collisione con l’austerity europea. Danilo Verdecanna, country manager di State Street Global Advisors per l’Italia, sostiene che l’aumento dello spread non riflette l’incertezza politica, ma il rischio che le forze politiche definite “populiste” possano prendere il sopravvento, rafforzarsi e ripresentare programmi di governo in deficit (flat tax, reddito di cittadinanza, riforma della legge Fornero) forzando il rigore imposto dall’Europa. L’aumento dello spread ha conseguenze significative, sia sulle borse sia sul debito pubblico, poiché obbliga lo Stato a rifinanziare i bond italiani in scadenza a tassi superiori, privando il Paese di risorse da spendere in iniziative più produttive e di rilancio dell’economia oppure andando a incrementare la spesa pubblica. Inoltre non risparmia l’economia reale che viene penalizzata da un rialzo del costo del denaro.

Ma ogni punto di rialzo dei tassi quanto può impattare sui nostri conti pubblici? Dipende da quanta parte del debito dovrà essere rifinanziato ai nuovi tassi. Secondo i calcoli di Giovanni Zanni macroeconomista Sud Europa del Credit Suisse, nel breve l'impatto sull'Italia è quasi nullo. Se l'impennata dovesse in invece durare 5, 6, 7 anni il costo aggiuntivo annuale varrebbe un punto di Pil. Il problema non è il livello assoluto di spread ma la dimensione dello stock del debito italiano che oggi è di 2,3 trilioni, con una vita media residua di 7,4 anni. Non siamo però di fronte a una spirale negativa senza uscita. C'è chi crede che una politica più espansiva in cambio di riforme strutturali possa essere una strada utile in Europa per tutti i Paesi più in difficoltà, non solo per l'Italia, perché le riforme andrebbero ad alimentare la crescita del Pil, mantenendo o anche migliorando il rapporto con il debito. Il Portogallo nel 2015 e 2016 ha implementato politiche meno restrittive. C'è stata un po' di contestazione in Europa ma la crescita si è concretizzata ed è stata trovata una soluzione all'interno del tracciato europeo, perché gli obiettivi alla fine sono stati raggiunti. L'Italia deve trovare un equilibrio corretto tra politiche espansive e il loro impatto sul debito pubblico. Il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco ha ribadito che «Il destino dell'Italia è in Europa» ma nella riduzione del debito ingente, che ancora condiziona le politiche economiche e fiscali del Paese, non bisogna prendere scorciatoie perché «se venisse messo a repentaglio il valore dei loro risparmi» gli italiani «reagirebbero fuggendo, cercando altrove riparo. E gli investitori stranieri sarebbero più rapidi». Diventa quindi anche una questione di tempi e di risposte al mercato. Moody's, sempre più impaziente, minaccia di tagliare il rating italiano, oggi a Baa2, se il prossimo governo porterà avanti politiche di bilancio insufficienti e un'agenda di riforme strutturali poco credibile.Insomma, stiamo navigando tra Scilla e Cariddi. Serve tracciare una rotta per evitare i rischi e soprattutto serve una mano salda sul timone della nave Italia.

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