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Europa e Stati Uniti più lontani sulle regole per le banche

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le modifiche alla «Volcker Rule»

Europa e Stati Uniti più lontani sulle regole per le banche

Sulle regole per banche e mercati finanziari il mondo occidentale va a due velocità. Se l’Europa dopo il 2008 ha deciso di stringere in maniera decisa la chiave delle normative bancarie per ridurre al minimo i nuovi focolai di crisi, gli Stati Uniti sembrano avere già dimenticato la lezione dei subprime, gli scatoloni di cartone di Lehman Brothers e gli anni della speculazione vorace di Wall Street che si diffuse con la rapidità di un virus incurabile in tutto il mondo causando la più grave crisi economica dai tempi della Grande depressione americana del 1929.

Questa settimana il board dei regolatori della Federal Reserve ha approvato all’unanimità un documento di 373 pagine, scritto fitto fitto, che delinea le modifiche alla Volcker Rule. Normativa entrata in vigore appena cinque anni fa, fortemente voluta dall’ex presidente Barack Obama per evitare le speculazioni finanziarie troppo rischiose da parte delle grandi banche. Le modifiche alla Volcker Rule seguono l’auspicio dell’amministrazione Trump di allentare le regole alle banche e al settore finanziario imposte dalla legge Dodd-Frank - di cui la Volcker Rule è parte - entrata in vigore dopo la crisi dei mutui.

Le grandi banche americane con la versione soft di quella che viene già chiamata Volcker 2.0 avranno la possibilità di tornare ad alcune pratiche ora vietate. Le banche potranno tornare a fare trading sui derivati. Potranno fare trading con il capitale proprio (quello che garantisce i depositi dei correntisti). Potranno tornare inoltre a investire e controllare hedge fund e fondi di private equity. Le modifiche non sono ancora definitive. Per ora siamo alle proposte. Ci sono 60 giorni di tempo per raccogliere i commenti degli operatori finanziari. E le revisioni dovranno essere approvate anche dalle altre agenzie federali interessate che supervisionano i mercati finanziari e l’industria del credito americana. Compreso il board dei regulator della Fed, le agenzie interessate sono cinque: Sec (borsa) Cftc (derivati), Fdic (depositi bancari), Occ (valute).

Insomma le grandi banche con la versione soft della Volcker Rule potranno ricostruire i loro arsenali di trading, anche se la normativa rivista dovrebbe fermarsi sotto la soglia di scommesse speculative pure, da libere praterie del far west, che si facevano abitualmente negli anni pre-crisi dei primi anni Duemila.

Il nuovo approccio sostituirà un regime in base al quale l’onere della prova incombe alle banche per dimostrare che non sono impegnate in operazioni di negoziazione proprietarie. Le grandi banche americane e i lobbisti di Wall Street salutano con favore lo sforzo di semplificare le regole. Più prudenti le associazioni dei risparmiatori. Marcus Stanley, direttore del gruppo pro regole Americans for Financial Reform avvisa i pericoli insiti nella riforma: «Vogliono farci credere che le riforme saranno modeste. Quello che stanno dicendo è: “Non preoccuparti con la tua piccola testa per i dettagli tecnici”, quando in realtà i dettagli tecnici sono la chiave di quello che le banche possono effettivamente fare e che tutelano i cittadini americani». Diversi analisti finanziari sostengono che la mossa della Fed incoraggerà le grandi banche americane ad aumentare gli asset nel trading e negli investimenti azionari. Insomma si ritorna al rischio. Va considerato anche che la Fed all’inizio di aprile ha proposto modifiche per semplificare gli stress test sulle grandi banche. Gli esami annuali a cui le banche sono chiamate a sottoporsi ogni anno per determinare se sono in grado di sopportare una crisi economica.

Diametralmente opposto il modo di agire dell’Europa sul tema regole e rischi. Con un lungo e complesso elenco di obblighi per banche e industria finanziaria. Dalla recente finalizzazione delle nuove norme sul capitale - note come Basilea 4 - all’addendum Bce che prevede una stretta sugli accantonamenti, dalla Mifid2 che rende più stringente la regolamentazione sull’offerta di prodotti alla clientela, fino ad arrivare alla nuova direttiva sui pagamenti Psd2 e alle nuove richieste sui requisiti minimi di capitale soggetti a bail-in: l’elenco è parziale, perché quelli citati sono solo alcuni dei filoni e delle novità normative che hanno contrassegnato la vita delle banche europee negli ultimi anni.

Complice l’onda lunga della crisi finanziaria del 2008, i regulator del Vecchio Continente hanno deciso di stringere in maniera forte il bullone delle regole, con lo scopo di ridurre al minimo i possibili nuovi focolai di crisi. Obiettivo forse riuscito, almeno per ora. Certo è che questo ha avuto costi regolatori e di compliance evidenti.

Secondo alcune stime, per rispondere alle richieste delle diverse Authority competenti sul settore, le banche europee spendono ogni anno circa il 4% dei loro ricavi. Costi che sono destinati a salire al 10% entro il 2022. Difficile che il trend avviato possa cambiare. Anzi. Del resto a rimarcare la necessità di una regulation inflessibile da sempre è la numero uno della Vigilanza europea, Danièle Nouy, che difende l’idea secondo cui avere più regole sia meglio di averne meno. E pazienza se questo mette sempre più pressione alle banche, con effetti a catena sulla redditività. Redditività che già ora è stabilmente inferiore al costo del capitale, in particolare per le banche italiane: se si pensa che «questa pressione - ha detto la Nouy lo scorso marzo - viene confrontata con il pesante fardello che la crisi ha scaricato sulle persone e sull’economia, allora questo è un prezzo accettabile». Un vento decisamente diverso da quello che soffia dall’altra parte dell’Oceano.

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