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I Btp pagano il «dazio» incertezza

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I Btp pagano il «dazio» incertezza


Che sia colpa del governo o della Bce, l'Italia paga il suo spread.
Nelle scorse settimane a premere su Piazza Affari e sui Buoni del Tesoro era la difficoltà di mettere insieme un esecutivo dopo le elezioni. Negli ultimi giorni, invece, le vendite sulle attività finanziarie italiane sono riprese con le dichiarazioni di alcuni esponenti della Banca centrale europea, che hanno disilluso i mercati su un prolungamento della manovra ultra-espansiva oltre il termine programmato di settembre.

Timori di rallentamento nella Ue

Certo, il clima è stato pesante su tutti i listini. Le tensioni politiche accentuate dalla guerra commerciale sollevano timori di una frenata economica a livello globale. Inoltre, il ritiro degli stimoli monetari della Bce significa meno denaro a basso costo da investire, proprio adesso che l'economia nel Vecchio continente dà segni di rallentamento. Paradossalmente, il calo della crescita si registra soprattutto in Germania, da dove ministri delle finanze e banchieri hanno sempre portato la bandiera del rigore a Bruxelles e a Francoforte. Viceversa, le indicazioni delle imprese dell’Eurozona diffuse nei giorni scorsi evidenziano che solo le aziende italiane hanno migliorato le prospettive per l’attività (è vero anche che possiamo godere di spazio di recupero).

Debito e banche tricolori sotto pressione

Il problema del nostro Paese resta la credibilità, riguardo sia alla realizzazione di misure strutturali sia alla tenuta del debito pubblico. Il rendimento dei titoli di Stato tricolori a dieci anni è stato spinto dalle vendite (si muove in senso opposto al prezzo) di nuovo sopra il 3% e quello dei titoli a due anni al 2,4%. Lo spread delle due scadenze, cioè il tasso extra pagato ai compratori rispetto a quello del Bund tedesco ritenuto più sicuro, è balzato oltre il 2,8% e il 2,4%, rispettivamente. I governativi decennali italiani rendono ora il doppio di quelli spagnoli e un punto percentuale in più dei portoghesi della stessa durata. Parlare di presa di posizioni però sembra prematuro, dato che le oscillazioni sono ampie, determinate attraverso contratti derivati più che da compravendite sui titoli, e fanno intuire manovre opportunistiche e speculative. «Si tratta a mio modo di vedere – afferma Giuseppe Sersale di Anthilia Capital Partners – di un eccesso di breve periodo causato almeno in parte dalle onde d'urto dell’estrema volatilità dei giorni scorsi. Ci vorrà tempo, ma mi aspetto un rientro significativo sulla parte breve della curva, e anche sul titolo a 10 anni, che però resterà volatile».
Alla Borsa di Milano non è andata meglio (ha perso il 3% in settimana), considerato pure che una peggiore affidabilità percepita del nostro debito pubblico si ripercuote sulle azioni delle banche (-6,5% il comparto) che li hanno in portafoglio.

Bce e G7 nel mirino degli investitori

Sulle Piazze finanziarie si affolla l'ombra di avvenimenti importanti, in particolare per chi è a caccia di profitto: il G7, dove campeggia la guerra commerciale tra gli Stati Uniti e i partner internazionali; la riunione della banca centrale americana, che a meno di sorprese alzerà i tassi i interesse nella fascia 1,75-2%; e non ultimo il comitato della Bce, con un esito meno scontato di quello della Federal Reserve. Le tensioni sullo spread e sui mercati in generale avevano fatto sperare gli operatori in una proroga del supporto monetario (Quantitative Easing), ma l’idea è stata ridimensionata da più membri dell’autorità di Francoforte che hanno fatto intendere un imminente annuncio della sua conclusione. Viceversa, la Federal Reserve americana si è proclamata disposta a lasciar correre l’inflazione sopra l’obiettivo del 2% senza irrigidire troppo i tassi di interesse.

Euro dollaro instabile

La scelta dei tempi per comunicare la fine degli stimoli monetari da parte della Bce ha un signifcato, come spiega Antonio Cesarano di Intermonte Sim: «É indice della fretta a terminare il piano e di conseguenza del collocamento del primo ritocco dei tassi sui depositi, attualmente a -0,4%». Dopo le dichiarazioni che sottolineano l’impellenza dell’annuncio nonostante l’incertezza, il dubbio è che il rialzo potrebbe essere anticipato nel secondo trimestre del 2019. «Dunque - conclude Cesarano - una Bce con un po’ più fretta di uscire dal Qe e una Fed morbida e graduale potrebbero spingere il cambio euro-dollaro a 1,20, anche per via delle tensioni sui dazi e delle prese di profitto sul biglietto verde. Ma una sconfitta di Trump nelle elezioni di metà mandato a novembre ribalterebbe la situazione».

Il rapporto tra moneta unica e divisa Usa ha ballato parecchio di recente. La turbolenza originata dal caos politico a Roma aveva indebolito l’euro fino a quota 1,15 sul dollaro, toccata a fine maggio, da 1,25 di metà febbraio. L’economia a stelle e strisce a pieno regime, come confermano gli ultimi dati macro, ha avallato il rafforzamento della valuta americana. Poi, Le illazioni sulla fine del Qe europeo e le possibili rappresaglie mondiali ai dazi di Trump hanno riportato il cambio sopra 1,18. La volatilità non mancherà neppure nelle prossime sedute, visto che il mercato valutario sembra tornato a misurare con estrema sensibilità l’umore dei parterre.

Nasdaq al top

Non è più l’oro il porto sicuro che accoglie gli investitori disorientati. La fuga che piace è nelle azioni quotate al Nasdaq. L’indice che ha attratto società innovative come Amazon, Alphabet (Google) o Netflix, e prima ancora le tecnologiche Apple, Adobe o Qualcomm, ha segnato un nuovo massimo storico e si è arrampicato in vetta alla classifica delle Borse da inizio anno, con un guadagno del 10%.

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