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De Agostini azzera il debito con Igt Per manager e azionisti arriva il bonus

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De Agostini azzera il debito con Igt Per manager e azionisti arriva il bonus

L’ultima mossa risale a qualche settimana fa quando con un’operazione finanziaria strutturata, in gergo un variable forward, il gruppo De Agostini si è assicurato a un prezzo più o meno certo (attorno a 28,25 dollari) la vendita di un 9% di Igt. Un pacchetto rotondo, del valore di mezzo miliardo e che a fine operazione garantirà al gruppo di Novara di centrare due obiettivi: conservare una presa salda sui diritti di voto (59%) pur facendo cassa grazie alla discesa nel capitale della società dei giochi dal 50,72% al 41,79%; e azzerare in un colpo solo il debito nella capogruppo De Agostini spa, che a fine 2016 era pari a 582 milioni.

L’operazione rappresenta una tappa chiave per la holding controllata dalle famiglie Boroli Drago e si inserisce in un percorso, avviato nel 2013, che ha ridisegnato il profilo del gruppo in termini di valore delle partecipazioni, focalizzazione e mission. In che misura lo dice l’evoluzione stessa del net asset value di De Agostini che tra fine 2012 e il 2017, come peraltro certificato anche da un esperto indipendente, è cresciuto di quasi un miliardo. Un dato, quest’ultimo, che ha rappresentato la base per procedere alla distribuzione di una remunerazione “extra” ai manager. Complici alcuni contratti di opzione siglati sul 10% della De Agostini da una società denominata “Investendo due” che alle guide operative, Lorenzo Pellicioli e Paolo Ceretti, e ad alcuni rami della famiglia azionista hanno garantito un maxi assegno di oltre 52,6 milioni di euro. Staccato, peraltro, dalla De Agostini spa. E a breve lo schema potrebbe essere replicato.

I capitoli Igt e Dea Capital

La “cessione” di 18 milioni di titoli Igt attraverso un variable forward è innanzitutto una novità assoluta per l’Italia. Lo strumento, poco utilizzato anche all’estero, è molto simile a un collar, poiché combina l’acquisto di un’opzione put e la vendita di un’opzione call con prezzi di esercizio disallineati. Questo meccanismo permette alla holding di fissare un valore minimo delle azioni e allo stesso tempo di beneficiare di un futuro apprezzamento del titolo. Quel che più preme, però, è che con questa manovra la capogruppo De Agostini porterà a zero la propria esposizione finanziaria. Un riequilibrio di portafoglio volto a perseguire un’altra finalità, ossia quella di sviluppare le linee di business esistenti.

Premessa del collar è infatti un altro elemento cruciale della futura strategia del gruppo: il portafoglio della De Agostini può ritenersi “stabilizzato”. Nessun nuovo investimento, dunque, è previsto nei prossimi anni piuttosto l’impegno di manager e soci è tutto volto a far crescere quello che già appartiene a Novara: l’editoria, il settore media, il mondo dei giochi e delle scommesse, la finanza e la più recente Dea Capital. Un gruppo da 5 miliardi di ricavi e oltre 3 miliardi di net asset value. Tra tutte le partecipazioni quella che ha cambiato maggiormente fisionomia negli ultimi anni è Dea Capital: da holding di partecipazioni a piattaforma di gestione, leader in Italia. Ciò grazie soprattutto al ruolo cruciale che riveste nel settore dei fondi immobiliari: 43 in tutto per oltre 9,5 miliardi di asset in gestione. Tra cui quelli finiti recentemente alla ribalta delle cronache per i legami con Luca Parnasi, quotista a sua volta di una delle iniziative ex Idea Fimit, oggi Dea Capital Real Estate.

Come questo giornale ha già avuto modo di raccontare molto ruota attorno all’iniziativa Ecovillage di Marino, sviluppo immobiliare firmato da Parnasi e finito in un fondo Dea Capital. Da lì sarebbe poi scaturita la trattativa attorno allo stadio della Roma. Trattativa culminata in una bozza di accordo tra la Eurnova di Parnasi e Dea Capital Real Estate che puntava alla gestione dello sviluppo tramite un fondo supportato da investitori internazionali. Ora quella stessa bozza è stata messa da parte e al momento non è dato sapere quale evoluzione avrà.

Di certo, il ruolo di Roma e di Milano è stato centrale per lo sviluppo dei fondi immobiliari targati Dea, non foss’altro perché assieme le due città valgono quasi 7 miliardi di asset, 3,3 miliardi sul Lazio e 3,6 miliardi sulla Lombardia. Se all’immobiliare si sommano i fondi alternative, 2,2 miliardi in tutti, la piattaforma Dea Capital vale 11,7 miliardi di asset in gestione. E di una parte di questi, soprattutto quelli legati al mattone, Dea Capital è anche sponsor con investimenti complessivi per 170 milioni. Tra gli altri grandi investitori, oltre a enti e fondazioni, ci sono poi Generali e Intesa Sanpaolo, il Leone vale circa il 3% del nav (leggermente meno di un anno fa complice il fatto che nel 2017 sono stati raccolti dal sistema Dea 1,5 miliardi di euro dei quali il 75% con passaporto straniero) mentre Ca’ de Sass l’1,75%.

Non solo. Con l’istituto guidato da Carlo Messina i rapporti si sono fatti recentemente ancora più stretti grazie a un’iniziativa comune nel mondo delle spac. Dopo il debutto con Crescita, che ha realizzato la business combination con Cellularline, è stata quotata IdeaMi, promossa con Banca Imi: 250 milioni (40 milioni dai due partner) da destinare a una società target della media industria italiana ancora in fase di individuazione.

Questo, considerato che Dea Capital capitalizza 400 milioni ed è a sconto sul nav del 20%, abbinato al sistema dei giochi (Igt) ha portato in casa De Agostini circa 1 miliardo di nav in più: si è passati infatti dai 2,23 miliardi di fine 2012 ai 3,12 miliardi del 2017. Ed è su queste premesse che soci e manager sono andati a raccogliere i benefici dell’attività svolta.

I “bonus” ad azionisti e manager

Grazie a un’operazione datata 2013, il 2017 è stato un anno particolarmente ricco per manager e per alcuni esponenti della famiglia Boroli Drago. Il riferimento è a una scatola, denominata Investendo due, che ha siglato cinque anni fa una serie di opzioni put e call su un rotondo pacchetto di titoli della De Agostini spa.

RUOLO DELLE BANCHE E ISTITUZIONI ESTERE NEI FINANZIAMENTI
Partecipazione nei prestiti sindacati concessi a imprese italiane (Fonte: Aibe)

Investendo due è partecipata da Marco Drago attraverso Blu Acquario Prima S.p.A (38,75%), Lorenzo Pellicioli attraverso Flavus Srl (38,75%), Roberto Drago attraverso Erredi Invest S.p.A. (5,64%), Pietro Boroli attraverso Vis Value Partecipazioni Srl (3,95%), Paolo Ceretti attraverso Cerfin Srl (11,97%), e B&D Holding di Marco Drago e C. S.a.p.A. (0,95%). Questo veicolo ha sottoscritto negli ultimi anni due aumenti di capitale della De Agostini . Il primo, datato 29 luglio 2013, a fronte di un versamento di denaro di 6,5 milioni ha consegnato alla società 2,4 milioni di azioni di categoria C a Investendo. Il secondo, più recente, ha portato altri 2,5 milioni di titoli De Agostini spa a fronte del pagamento di poco di 6,9 milioni di euro.

RUOLO DELLE BANCHE E ISTITUZIONI ESTERE NELLE EMISSIONI DI BOND
Partecipazione come bookrunner nelle emissioni di aziende italiane (Fonte: Aibe)

A giugno dello scorso anno, però, una parte di quelle opzioni put sono state esercitate. E così Investendo Due ha ceduto a De Agostini spa quei 2,4 milioni di titoli sottoscritti quattro anni prima. A che prezzo? Il corrispettivo è stato di 24,12 euro per azione, sulla base della relazione di un esperto indipendente. Che spalmato sul pacchetto azionario si è tradotto in un assegno secco di 58,4 milioni e in una plusvalenza secca di 52 milioni interamente distribuita.

RUOLO DELLE BANCHE E ISTITUZIONI ESTERE NEL PROJECT FINANCING
Partecipazione nelle operazioni effettuate con controparti emittenti italiane (Fonte: Aibe)

Nel portafoglio di Investendo Due restano altri 2,5 milioni di titoli e altrettante opzioni su quel pacchetto. Che, si immagina, saranno esercitate in tempi stretti, magari a valle dell’approvazione del bilancio 2018.

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