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Vigilanza globale oltre le banche: nel mirino gli asset manager

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Vigilanza globale oltre le banche: nel mirino gli asset manager

E se i rischi finanziari globali, oramai più che nelle banche, fossero annidati altrove, magari nel mondo dei grandi colossi finanziari non bancari? E se soggetti come i grandi fondi di asset management rappresentassero una possibile minaccia sistemica, anche alla luce della loro dimensione? A porsi domande simili sono sempre più spesso i vertici delle autorità regolamentari globali, enti preposti a tracciare le regole (e i rischi) legati alla vigilanza prudenziale, dal Financial stability board alla Banca internazionale per i regolamenti (Bis). Quasi come se, a distanza di dieci anni dallo scoppio della grande crisi finanziaria, si iniziasse a guardare un po’ oltre il confine del sistema bancario, fino ad oggi ritenuto pressoché unico “portatore” di rischi nei mercati.

Le mosse dei regolatori

I segnali in questo senso sono chiari. Da tempo l’Fsb ha acceso un faro sul cosiddetto shadow banking, in particolare in materia di asset management. I vigilanti della stabilità finanziaria globale hanno avviato alcune simulazioni per capire che cosa può accadere ai mercati in diversi scenari (pilot systemic stress simulation exercise) e vedere come le strategie dei gestori di fondi possono avere impatti sui prezzi e sulla liquidità degli strumenti, soprattutto in caso di crisi. Non esattamente uno «stress test», per come è stato conosciuto nel mondo bancario, visto che non si concentra sulle singole società. Quanto piuttosto una simulazione per valutare la dimensione macro del problema e gli effetti potenziali. Sul tema dei rischi connessi all’eccesso di leverage nei fondi di investimento sta invece lavorando lo Iosco, l’organismo internazionale delle autorità di mercato, che punta a chiudere i lavori entro la fine dell’anno. E sulle criticità legate alla crescente quota di intermediari non bancari si è espressa anche la Bis, che ha dedicato parte del suo annual report appena pubblicato all’interazione tra questi soggetti, le banche e le altre parti del sistema finanziario, e di come tutto ciò «stia cambiando le dinamiche dei mercati in caso di shock».

Fenomeno di dimensioni globali

Insomma, l’attivismo (e l'allarme) dei regolatori è evidente. Di regole e controlli si parlerà oggi a Roma, in occasione dell’Assemblea Abi. Del resto se l'intermediazione non bancaria sta assumendo i contorni della nuova frontiera della supervisione prudenziale, è anche perché tra i regulators c’è la presa di coscienza che il settore abbia assunto oramai dimensioni globali, superiore a quella delle banche stesse. Gli asset in gestione di istituzioni non bancarie, dai grandi fondi di investimento – si pensi a soggetti come Vanguard, BlackRock, Fidelity o Pimco, ad esempio – fino ai fondi pensione alle assicurazioni, sono letteralmente esplosi nell'ultimo decennio. Secondo l’Fsb, gli attivi nel perimetro di questi colossi si avvicinano a circa 160 mila miliardi di dollari, mentre le banche si fermano a circa 140 mila miliardi.

Sono diverse le ragioni di questa impennata. Molto si deve alla politica di tassi rasoterra praticata dalle banche centrali, che ha generato una fame di rendimenti e di investimenti a lungo termine, scatenando a catena il boom dei fondi aperti e degli Etf. Ma anni di tassi eccezionalmente bassi stanno iniziando a generare qualche crepa soprattutto tra chi – come i grandi fondi – si è focalizzato sul reddito fisso. Se, come evidenziato dalla Bis, i grandi asset manager hanno infatti inizialmente beneficiato della discesa dei tassi (che ha generato un guadagno in conto capitale degli attivi), lo scenario di tassi persistentemente basso – per quanto in graduale ripresa – ha compresso i rendimenti sui nuovi investimenti, e ne ha ridotto i ritorni futuri. Per compensare questa dinamica, i fondi istituzionali si sono presi più rischi, allungando la duration del portafoglio oppure investendo in asset sempre più rischiosi, esponendosi così ai cambi di direzione dei tassi e alla volatilità dei mercati.

I rischi? Dall’asset management

Nell’universo dell'intermediazione non bancaria, l’industria del risparmio gestito fa la parte del leone. Alla fine del 2015, le attività gestite a livello globale ammontavano a circa 76.700 miliardi di dollari, in aumento del 40% circa rispetto al 2005 (53.600 miliardi di dollari); circa 40.000 i miliardi in fondi aperti. Da qua nasce la «crescente rilevanza dell'industria dell'asset management a fini prudenziali», spiega Signorini. Che mette in evidenza in particolare come gli aspetti di vulnerabilità non dipendano solo dall’aumento delle dimensioni del settore ma anche da altri fattori. A partire dall’elevata concentrazione dell'industria, che risulta in mano a soggetti le cui famiglie di fondi spesso si muovono in maniera correlata, esasperando così gli effetti prociclici delle scelte di investimento e amplificano le ripercussioni di shock negativi in certi segmenti di mercato. Per la Bis, poi, l’utilizzo di service provider spesso analoghi (dalle infrastrutture It, agli strumenti di risk management ai servizi di custodia) evidenzia «esposizioni comuni a rischi operativi». Ma nel mirino ci sono anche i modelli quantitativi, inclusi metodi per il trading ad alta frequenza che possono comportare rischi operativi e di liquidità, che a loro volta possono innescare o amplificare turbolenze nei mercati.

Le prospettive per il settore

In un territorio sostanzialmente inesplorato, le autorità sono chiamate a un cambio di passo, sia nella valutazione dei rischi e che nella scelta degli strumenti da utilizzare. La sfida non è di poco conto, anche perchè a livello internazionale le posizioni sulla regolamentazione di questo settore sono diverse e alcuni paesi sono meno propensi a intervenire di altri. Alcuni operatori poi, aggiunge Signorini, «oppongono a volte resistenza a qualche proposta di incisiva regolamentazione». Nel delicato gioco di equilibri tra interessi delle parti in gioco, ci sarà da contemperare due esigenze: quella di salvaguardare un comparto che comunque aumenta il livello di diversificazione economico e quella di mettere in sicurezza un settore non esenta da rischi per la stabilità finanziaria. Per tutti i soggetti in campo, la certezza che il mondo finanziario non bancario, e l'asset management in particolare, sia il nuovo fronte d'attenzione della supervisione prudenziale.

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