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Alluminio, il mercato intravede la fine delle sanzioni contro Rusal

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Alluminio, il mercato intravede la fine delle sanzioni contro Rusal

(Afp)
(Afp)

Il problema dazi continua a pesare sui metalli, ma sul fronte sanzioni il mercato dell’alluminio comincia a vedere la luce in fondo al tunnel. Le azioni di Rusal ieri sono balzate ai massimi da tre mesi alla borsa di Hong Kong, con rialzi fino al 17%, dopo che gli Stati Uniti hanno segnalato di essere prossimi a revocare le misure adottate contro la società russa.

Le nuove aperture sono arrivate ancora una volta dal segretario americano al Tesoro Steven Mnuchin, che nel fine settimana ha confermato di essere in trattative su una piano di accordo presentato da Rusal, cui Washington aveva chiesto di allentare i legami con Oleg Deripaska, uno degli oligarchi finiti lo scorso 6 aprile nella blacklist americana.

«Non intendo scendere nel dettaglio, specificando in cosa consistano queste proposte e quale sia la nostra posizione – ha detto Mnuchin alla Reuters – Comunque sì, il nostro obiettivo è trovare una soluzione accettabile». «Non puntiamo a mettere fuori gioco Rusal», ha aggiunto il segretario, ripetendo una rassicurazione che aveva già dato nei mesi scorsi.

Le sanzioni contro Deripaska e le sue società avevano gettato nel caos il mercato dei metalli ad aprile, facendo impennare le quotazioni dell’alluminio ai massimi da sette anni oltre 2.700 dollari per tonnellata al London Metal Exchange (Lme).

La paura di guerre commerciali da un paio di mesi ha imposto un brusco cambio di rotta e il metallo – uno dei primi e principali bersagli dei dazi di Donald Trump – è tornato a scambiare intorno a 2mila dollari, come alla vigilia dell’affare Rusal. Le aperture di Mnuchin ieri hanno provocato un rimbalzo di circa il 2%, a 2.069 $, verosimilmente legato alla ricopertura di posizioni corte (ribassiste).

La “riabilitazione” di Rusal – che nei mesi scorsi ha compiuto diversi passiper allontanarsi da Deripaska – verrebbe in realtà accolta con sollievo dal mercato: la società russa non solo è il maggior produttore non cinese di alluminio, ma è anche un fornitore chiave di allumina e bauxite. Soprattutto dei primi due materiali l’offerta globale rischia di essere insufficiente a soddisfare la domanda.

Alcoa ritiene che nel 2018 mancheranno all’appello 1,1-1,5 milioni di tonnellate di alluminio. Solo tre mesi fa (con le medesime aspettative sulla domanda, che vede crescere del 4,25-5,25%)aveva previsto un deficit tra 600mila e un milione di tonnellate.

Del metallo russo il mercato non può fare a meno facilmente. Anche perché la produzione Usa per ora non ha tratto vantaggio dalle politiche di Trump, che ha imposto un dazio del 10% non solo sull’alluminio cinese, ma anche su quello di qualunque altra provenienza, colpendo anche i partner americani più collaudati, come il Canada e l’Unione europea. La stessa Alcoa, che ha tre fonderie in Canada, è stata costretta a un profit warning.

I dazi sull’alluminio non hanno nemmeno scalfito la Cina. Grazie ad arbitraggi di prezzo favorevoli e alla minor concorrenza delle forniture russe Pechino ha anzi addirittura accelerato le esportazioni, arrivando a giugno a 510mila tonnellate (+10,9% rispetto a un anno prima e +6,3% da maggio), il secondo miglior risultato di sempre. Solo una volta, a dicembre 2014, Pechino aveva già superato la soglia di mezzo milione di tonnellate, spingendosi fino al record di 542.700 tonnellate.

Anche l’export cinese di acciaio, nonostante i dazi a tappeto del 25%, non molla: a 6,94 milioni di tonnellate in giugno (+1,9% annuo) è al record da luglio 2017.

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