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Bp rilancia sullo shale oil Usa (ma la scommessa è rischiosa)

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10,5 miliardi per gli asset di Bhp

Bp rilancia sullo shale oil Usa (ma la scommessa è rischiosa)

A otto anni dal disastro della Deepwater Horizon Bp torna a crescere negli Stati Uniti e stavolta scommette sullo shale oil. La compagnia britannica si è aggiudicata per 10,5 miliardi di dollari quasi tutte le operazioni di Bhp Billiton nel petrolio e gas non convenzionali, per una produzione complessiva di 190mila barili al giorno: asset nelle migliori shale play degli Usa – Permian, Eagle Ford e Haynesville – che per la mineraria australiana erano diventati una dolorosa spina nel fianco ma su cui Bp spera invece di costruire il rilancio, dopo i risarcimenti miliardari e la cura dimagrante seguiti all’incidente nel Golfo del Messico.

Il ceo Bob Dudley ha parlato di «acquisizione trasformazionale», che porta con sè grandi prospettive di crescita. Ma anche lo shale non è privo di rischi. Ne sa qualcosa Bhp, che per diversificare da carbone e metalli si era buttata nel settore con un timing davvero infelice: la mineraria aveva speso 20 miliardi di dollari in acquisizioni nel 2011 quando il barile valeva oltre 100 dollari. Negli anni successivi tra perdite e svalutazioni ne ha gettati al vento altrettanti calcola Elliott Management, il fondo attivista che da tempo spingeva perché Bhp chiudesse l’avventura del fracking.

L’uscita è ora completa (gli attivi non rilevati da Bp sono andati per 300mila $ a Merit Energy) e la borsa di Sydney ha festeggiato il titolo con un rialzo del 2%. Bp è invece arrivata a perdere il 2,4% a Londra, anche se poi – aiutata dall’aumento del dividendo, il primo da oltre tre anni – ha chiuso con un rialzo dello 0,5%.

L’acquisizione nello shale qualche dubbio l’ha sollevato. E non solo per il prezzo, un po’ più alto delle attese ma necessario per superare decine di offerte concorrenti (comprese si dice quelle di Chevron e Shell).

Il vero timore è che anche Bp possa essere fuori tempo, quanto meno a Permian: la compagnia, che dopo il disastro Deepwater aveva ceduto licenze nell’area per fare cassa, ora torna in pista proprio quando la shale play dei miracoli sta fermando la corsa. La produzione nel bacino è triplicata in dieci anni raggiungendo 3,5 milioni di bg, più dell’output del Kuwait, ma gli oleodotti hanno raggiunto i limiti di capacità e le estrazioni ora rallentano. Le difficoltà di trasporto pesano anche sui prezzi del greggio locale, che vale oltre 10 $/barile meno del Wti.

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La situazione dovrebbe migliorare grazie a nuove pipeline e all’ampliamento di porti per l’export. Ma i dazi di Donald Trump sull’acciaio rischiano di allontanare il traguardo e far lievitare i costi, non solo per le infrastrutture ma anche per le trivellazioni: proprio ieri ConocoPhillips ha avvertito che i rincari legati ai dazi sono già «piuttosto significativi».

Pochi giorni fa Plains All American Pipeline, impegnata a costruire l’oleodotto Cactus II in uscita da Permian, si è vista rifiutare l’esenzione ai dazi. Per ora non ha rinviato l’opera, ma dovrà spendere di più. Altri potrebbero non essere così perseveranti. Gli analisti di Wells Fargo hanno appena spostato in avanti la previsione sulla fine dei colli di bottiglia a Permian, dal 3° trimestre 2019 al 1° trimestre 2020.

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