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la settimana finanziaria

Mercati e dazi: dove arriverà lo yuan e i nuovi equilibri con la tregua Usa-Ue

Si è chiusa una settimana positiva per le Borse. La quarta consecutiva per Wall Street, che ha visto il Nasdaq a nuovi massimi storici. Il listino tecnologico è più caro rispetto agli altri indici azionari (i prezzi scontano 26 volte gli utili contro le 23 già tirate dell'S&P500 e il 20 delle azioni europee) che hanno subìto più pesantemente le pressioni delle tensioni internazionali. Non fosse altro per una questione di valutazione, si potrebbe aprire una fase di riflessione sulle sue reali potenzialità di guadagno.

Il record del Nasdaq, infatti, è arrivato poco prima della delusione per gli utenti di Facebook e Twitter comunicati con i bilanci e, nonostante la doccia fredda, lo mantiene in testa alla classifica degli indici azionari da gennaio, con un rialzo superiore al 13% (anche grazie agli acquisti dopo i buoni risultati di Amazon). Le notizie sui due social network – che hanno pesantemente sforbiciato la loro capitalizzazione - avrebbero potuto sollevare gli investitori, che possono fare i conti con un parco utenti ripulito da profili falsi e con volumi di traffico più veritieri. Il problema, forse, sta nel rialzo pregresso dei titoli, che in poco tempo hanno moltiplicato la quotazione: per Twitter è quasi raddoppiata da inizio anno e per Facebook è salita del 20% (ma è lievitata di 7 volte negli ultimi cinque).

I listini più esposti ad attività manifatturiere e dei servizi, invece, si sono rasserenati con l'accordo (al momento verbale) sui dazi tra i presidenti degli Stati Uniti Donald Trump e della Commissione europea Jean-Claude Juncker. L'intesa ha giovato ai parterre da entrambe le sponde dell'Oceano, che registrano tutti saldi positivi sul venerdì precedente. Nel Vecchio Continente, ne ha beneficiato soprattutto il Dax tedesco, sebbene i produttori delle auto di fascia alta tedesche siano sempre nel mirino del protezionismo americano. Infatti, con il patto Usa-Ue, si inizierebbe a delineare in concreto il vero obiettivo dell'attacco di Trump: non tanto quello di innescare una guerra di barriere (che danneggerebbe in primis gli Usa), quanto di blandire l'elettorato per l'appuntamento di medio termine a novembre, rendendo nullo l'effetto di provvedimenti che si neutralizzeranno reciprocamente.

L'incognita, e forse l'obiettivo finale di questa battaglia è però la Cina. Le Borse di Shanghai e Shenzen da inizio anno sono in calo a doppia cifra (-14% Shanghai e -15% Shenzen). L'economia cinese va verso la maturità, ma dopo una crescita esponenziale il passaggio dalla spinta dell'export a quella dei consumi potrebbe non essere indolore. Sintomo del malessere è la poderosa svalutazione dello yuan, attuata anche grazie alla possibilità di manovra di Pechino. Tuttavia, le autorità cinesi non possono intervenire ad libitum senza creare squilibri internazionali (come nell'agosto del 2015 quando lo yuan crollò improvvisamente). «È probabile – afferma Antonio Cesarano, Chief global strategist di Intermonte Sim – che nel mese di agosto la valuta di Pechino venga portata progressivamente in prossimità della soglia di 7 (siamo ora a 6,8 contro dollaro, ndr),se Trump minaccerà dazi su tutto l'export cinese; tale soglia, infatti, renderebbe nullo per la Cina l'effetto dei dazi sulle esportazioni verso gli Stati Uniti».

LA FOTOGRAFIA DEI MERCATI AZIONARI

Il mercato dei cambi, più che quello azionario dove gli operatori si muovono circospetti, sembra il luogo preferito della speculazioni (con le dovute eccezioni dei titoli tecnologici citati prima e di quelli a piccola capitalizzazione, votati alla domanda domestica, che vengono ritenuti meno suscettibili alle frizioni internazionali). Lo si è visto nell'euro, che si è rilassato - a vantaggio delle aziende Ue - dopo le dichiarazioni di fiducia della Banca centrale europea sulla tenuta dell'economia e sul raggiungimento degli obiettivi di inflazione, ma in un clima accomodante per i tassi e ancora in assenza di piani restrittivi per il drenaggio della liquidità dal sistema.

Il dollaro si è così rafforzato contro la moneta unica, poggiando anche sul confronto dei dati macro di supporto: la prima stima del Pil a stelle e strisce a +4,1% nel secondo trimestre (il miglior incremento in quattro anni), mentre nell'Eurozona le imprese denunciano un lieve rallentamento, anche per via del clima di incertezza. «Pensiamo – si legge in un report di BofA Merrill Lynch Global Research – che la valuta Usa si rafforzerà sull'euro dato che i dati macro Us continuano a essere forti, quelli europei deboli e la minaccia di una guerra commerciale globale scema».

Lo scenario dietro le Piazze azionarie, dunque, è più sereno. Il contrario si intravede sul mercato obbligazionario, dove le prospettive sembrano più consone a un contesto in crescita, con tassi in rialzo nel breve termine, e più foschi nel lungo termine, come del resto si addice a un ciclo economico giunto quasi al termine. Le curve dei rendimenti, infatti, continuano ad appiattirsi e i titoli con scadenza maggiore rendono poco di più delle obbligazioni a corta scadenza, che è un sintomo della prudenza degli investitori (negli Stati Uniti il divario tra il tasso a due anni e a dieci anni è ai minimi storici (2,68% versus 2,96%).

Resta lontano dai riflettori, ma con possibilità di rivalsa, il mercato giapponese. Le azioni del Nikkei 225 sono inchiodate sulla parità (-0,2% a venerdì scorso) e quelle dell'indice più allargato Topix sono a -2,3%. Il listino del Giappone sembra circondato dal riserbo che caratterizza la sua cultura, con i titoli ai margini della guerra dei dazi (le auto giapponesi vengono prodotte in buona parte negli stati Uniti), con una politica monetaria espansiva ormai per definizione e uno Yen che da 4 anni sta comodamente oltre soglia del 100 contro dollaro, a tutto beneficio della manifattura. Martedì 31 luglio si riunisce la Banca centrale nipponica che sarebbe divisa sulle misure da intraprendere per mantenere un contesto monetario agevole per stimolare i prezzi senza penalizzare troppo le banche, che per recuperare margini hanno bisogno di tassi in rialzo.

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