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Chi sono i miliardari di Apple: una piccola tribù di nomi poco…

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DOPO IL TRAGUARDO DEI MILLE MILIARDI

Chi sono i miliardari di Apple: una piccola tribù di nomi poco conosciuti (con un’eccezione)

NEW YORK - Apple vale mille miliardi e nella sua corsa ha generato ricchezza e fortune in Borsa. Ma i miliardari della Mela, se esistono, sono una tribù peculiare nell'universo delle grandi società hi-tech americane: sono più rari e meno noti di quanto si possa immaginare. Spesso sono solo milionari e restano nell'ombra. Sovente i più premiati sono grandi fondi, e quindi solo di conseguenza la loro schiera di anonimi investitori, più che singoli individui. Frutto della particolare storia di Apple, delle sue crisi e riscosse e delle sue saghe ai vertici.

La scommessa vincente di Buffett
Il più noto tra i grandi arricchiti i- e sicura eccezione alla regola della scarsa fama - è sicuramente Warren Buffett. L'oracolo di Omaha ha scommesso tanto su Apple, attraverso la sua corazzata finanziaria Berkshire, diventando il secondo socio con una quota di circa il 5 per cento. Una scommessa che ha fatto scalpore: di Buffett era noto il suo scetticismo sulle società tecnologiche. Ma Apple, per lui, è sopprattutto una società retail con un forte marchio. Le azioni ha cominciato a comprarle nel 2016, per un miliardo di dollari a circa 99 dollari l'una. Da allora il suo investimento è continuato fino a salire oltre i 30 miliardi e oggi, a conti fatti, vale più di 50 miliardi di dollari.

Da Vanguard a Blackrock, i grandi fondi
I grandi fondi, dai fondi comuni agli Etf, sono tutti protagonisti degli investimenti su Apple. Controllano il 21% del capitale del gruppo di Cupertino, per un totale di 1,1 miliardi di titoli. Tre grandi, Vanguard, BlackRock e State Street dominano questa pattuglia. Con il primo di questi, Vanguard, che è il principale azionista di Apple forte di 342 milioni di azioni. Assieme i tre moschettieri hanno il 16% della società suddiviso tra numerosi fondi e Etf. L'Etf con la maggior partecipazione azionarie è di State Street, lo SPDR S&P 500, con oltre 55 milioni di titoli Apple. L'Etf con la maggior esposizione e invece lo iShares US Technology che in Apple ha il 17% del suo portafoglio.

Dalla moglie di Jobs a Tim Cook
Il club dei miliardari conosciuti di Apple comprende poi il chairman del gruppo, il 68enne (ex chief executive officer di Genentech) Art Levinson. Anche se la sua fortuna dipende solo per un quinto dai titoli della “sua” azienda. In gran parte gli deriva piuttosto dalla Genentech e da un iniziale investimento in Google.
È in realtà lui l'unico “insider” odierno a fare notizia in questo senso. Un simile discorso vale anche per Lauren Powell Jobs: ha ancora titoli di Apple ereditati dal marito, fondatore e poi salvatore dell'azienda Steve Jobs, ma la sua fortuna di 20 miliardi è in gran parte legata a investimenti in Disney e altre società.
Il resto dei ricchi di Apple deve “accontentarsi”, almeno per ora, di milioni o centinaia di milioni dalla marcia dell'azienda. È il caso dello stesso erede di Jobs alla guida dell'azienda di Cupertino, Tim Cook, che vanta un tesoro personale di 600 milioni.

Quando Jobs vendette una quota dell’11%
Gli analisti attribuiscono questa peculiarità alla storia di Apple. Le varie crisi e svolte in vetta, con l'azienda anche aveva cacciato Jobs prima di richiamarlo sull'orlo della bancarotta. Nel caso di Jobs in quell'occasione, il 1985, scattò la quasi totale vendita di una quota dell'11% che altrimenti oggi varrebbe per i suoi eredi ben 65 miliardi. L'altra grande ragione della “parsimonia” tra i soci va ricercata nei compensi (relativamente) bassi dei suoi executive. Secondo il Bloomberg Pay Index sono tra i più modesti: il loro costo rispetto alla performance del gruppo è il più basso se confrontato con i 200 top manager più pagati d'America. Il risultato sarebbe stato appunto che dal 1997, l'anno della rinascita di Apple, i conosciuti miliardari targati Apple difettano.
Questo non vuol dire che non ci siano stati guadagni ragguardevoli. Nel solo giorno del debutto, il 12 dicembre del 1980, il collocamento fu da record, la maggior Ipo dalla Ford nel 1956, e creò subito 300 nuovi milionari - tra i quai 40 tra dipendenti e originali investitori in Apple. A sua volta, allora, un massimo storico. La sola fortuna di Jobs valeva allora 217 milioni.

L’interesse di Forrest Gump
Ciò non toglie che sono forse relativamente pochi coloro che hanno mantenuto da quei giorni iniziali il loro investimento in Apple per poter cogliere oggi davvero tutti i benefici del traguardo dei mille miliardi di capitalizzazione. Uno di questi è un personaggio fittizio. Forrest Gump, che nell'omonimo film sembrerebbe avere un interesse in «un'azienda di frutta» (la Mela) che secondo alcune stime, fosse stato vero, oggi potrebbe valere 7 miliardi.

Potere concentrato in poche aziende
C'è poi un'altra, più complessa, considerazione quando si tratta di fortune a Wall Street dei colossi aziendali, quella sull'effetto sociale e sui redditi normali di aziende del calibro di Apple. Tra gli economisti è aperto il dibattito sull'impatto delle cosiddette nuova mega-aziende. La concentrazione è cresciuta fortemente in tre quarti dei settori negli ultimi quarant'anni, a cominciare dalla tecnologia. Dal 1975 ad oggi, il numero di imprese che rivendica oltre metà dei profitti della Corporate America è precipitato da 109 a 30. Gli osservatori notano come il potere di queste aziende, anche di controllare salari e redditi, sia cresciuto. Un potere che può limitare la concorrenza e a volte, anche con collusione, tenere bassi gli stipendi anche in periodi di grandi successi. Non esattamente una fortuna.

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