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Indennizzi, il rischio è aprire un nuovo fronte in Europa

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credito e regole

Indennizzi, il rischio è aprire un nuovo fronte in Europa

In vista della manovra il governo punta a moltiplicare per cinque il fondo salva-risparmio, portandolo da 100 a 500 milioni in quattro anni.

Il tema è stato al centro di una riunione pre-pausa estiva, in vista della decisione definitiva a settembre. L’obiettivo è quello di ampliare anche la platea, estendendo le possibilità di indennizzo anche agli azionisti oltre che agli obbligazionisti subordinati: ipotesi che però si deve confrontare anche con i limiti alle regole Ue.

Al centro dei lavori c’è il fondo istituito dalla manovra dello scorso anno, ma mai reso operativo perché il decreto di attuazione si è incagliato nel cambio di governo. La norma sul fondo era stata votata a suo tempo all’unanimità, ma da subito il governo giallo-verde ha espresso l’intenzione di rivedere le regole, con l’obiettivo dichiarato di semplificare le procedure per i risparmiatori che puntano a farsi riconoscere il diritto al ristoro. L’indennizzo scatta infatti in caso di «vendita fraudolenta», che deve essere provata dai diretti interessati. Soprattutto per gli acquisti pre-Mifid (fine 2007), secondo il governo l’onere della prova va alleggerito perché gli obblighi di trasparenza delle banche erano più leggeri.

A questo punto, quella che si profila è un calendario in due tempi. Nella versione approvata al Senato il Milleproroghe ha rinviato a ottobre l’adozione del regolamento che avvia il meccanismo dei ristori. La manovra interverrebbe dopo, rivedendo le regole oltre a portare in dote i 400 milioni aggiuntivi (100 all’anno nella stessa ottica quadriennale)

Non sembra sussistere alcuna ragione di principio per differenziare le azioni bancarie dalle azioni di società operanti nei settori dell'industria e dei servizi. Quanto agli investitori in titoli azionari, già nel quadro normativo vigente sono stati introdotti meccanismi indennitari nel caso di “misselling”, cioè di collocamento da parte degli intermediari in violazione degli obblighi di diligenza, correttezza e trasparenza. Del resto, proprio a queste ipotesi ha pensato il legislatore che con la manovra finanziaria per il 2018 (legge 205/2017) ha istituito un Fondo di ristoro finanziario per un ammontare di 125 milioni in quattro anni. Vero è che la norma si riferisce ai “risparmiatori che hanno subito un danno ingiusto”, ma il decreto attuativo, non emanato dal Governo precedente, avrebbe consentito di introdurre le dovute distinzioni modulando i requisiti e le condizioni dell'indennizzo. Ove non fosse rispettata almeno la distinzione tra azionisti e obbligazionisti, verrebbe dato un messaggio diseducativo: nella buona sorte il dividendo va al risparmiatore; nella cattiva sorte paga lo Stato, cioè i contribuenti.

Ma vi è un’altra ragione che dovrebbe indurre alla cautela. Ormai da un quinquennio il diritto europeo e, sulla scorta di questo, anche il diritto italiano, ha ridisegnato la disciplina delle crisi bancarie sulla base di principi molto chiari. Di regola, una banca che cade in uno stato di insolvenza, al pari di ogni altro tipo di impresa, deve essere messa in liquidazione. Il Testo unico bancario contiene una serie di regole per realizzare l’'attivo e per suddividerlo tra i creditori, secondo precise priorità.

In via di eccezione, laddove il fallimento di una banca possa provocare una crisi sistemica (il ben noto “effetto domino”), l’istituto può essere salvato attraverso una procedura di risoluzione che tenga in vita la parte buona dell'azienda bancaria. Anche in questo caso, così come in quello della procedura liquidatoria, i primi a dover sopportare le perdite sono gli azionisti e a seguire i titolari di obbligazioni subordinate, senza distinzione tra grandi e piccoli investitori (il cosiddetto “bail-in”).

Questo principio è stato affermato per la prima volta dalla Commissione europea già nel 2013 in una comunicazione sugli aiuti di Stato alle banche in crisi. È stato poi confermato e precisato dalla normativa europea sulla risoluzione delle crisi bancarie entrata in vigore nel 2016. Questo schema è stato criticato perché troppo rigido e ad applicazione retroattiva. Certo è che il grande pubblico ha percepito in ritardo, almeno in Italia, queste novità. Ci si è cullati cioè nell’idea che le banche non possono fallire perché interviene sempre
lo Stato.

Riproporre il tema degli indennizzi ai piccoli risparmiatori significherebbe andare controcorrente rispetto a orientamenti ormai consolidati a livello europeo. In realtà, la tutela del risparmio richiede soprattutto misure che promuovano la solidità patrimoniale delle banche. Da questo punto di vista, tutto ciò che fa aumentare lo spread è nocivo perché il deprezzamento dei titoli detenuti dalle banche le rende più deboli.

Anche su questo andrebbe fatta una riflessione.

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