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Bollicine Trentodoc, lo spumante di montagna

Andar per vini

Bollicine Trentodoc, lo spumante di montagna

Oggi completo il mio tour ideale attraverso le zone spumantistiche d’Italia: dopo Oltrepò Pavese e Franciacorta tocca al Trentino, il terzo territorio vocato per il metodo classico.
Il marchio collettivo Trentodoc, apposto su ogni bottiglia, è del 2007 e riunisce 41 aziende spumantistiche.
Parliamo di una produzione annua di 7-8 milioni di bottiglie.

Lo definiamo spumante di montagna per le sue caratteristiche, magica combinazione di territorio, altitudine e clima: i vigneti da cui nasce il Trentodoc arrivano fino ad 800 metri s.l.m., con differenti microclimi che danno peculiarità diverse di zona in zona, dal Lago di Garda, più mite, alle Dolomiti, decisamente più fredde.
Perfette le acidità delle uve, così come intensi e vari i profumi del Trentodoc, dovuti alle grandi escursioni termiche.
Il vitigno più usato è lo Chardonnay, seguito a ruota dal Pinot Nero e, in misura decisamente meno significativa, da Pinot Bianco e Menieur.

Volendo fare un po’ di storia, ricordiamo che il padre del Trentodoc è stato Giulio Ferrari (1879-1965), fondatore dell’azienda omonima, da lui ceduta nel 1952 a Bruno Lunelli, in cui rimase a lavorare fino alla scomparsa.

Oggi vi presento due delle aziende di cui bevo abitualmente le bollicine: Letrari ed Endrizzi.

Letrari – Rovereto (TN)
L’azienda Letrari è stata fondata nel 1976 da Leonello Letrari e dalla moglie Maria Vittoria: Leonello era già un affermato enologo presso importanti cantine trentine quando decise di mettersi in proprio.
La famiglia Letrari ha radici antiche in Trentino: nel 1647 sono zatterieri fluviali a Borghetto d’Avio, in riva all’Adige, poi si danno al commercio e all’agricoltura.
Sicuramente Leonello è uno degli artefici della crescita dei vini trentini dal Dopoguerra.
Dal 1987 è affiancato dalla figlia Lucia, entrata subito in cantina dopo aver completato gli studi enologici a San Michele all’Adige.
Col passare degli anni i ruoli si sono invertiti, e credo che si possa tranquillamente dire che ormai Lucia rappresenta la nuova anima della cantina, su cui però si posa sempre l’occhio attento di papà Leonello.
Lucia è donna affascinante, decisa ed esuberante: probabilmente aver studiato per 6 anni in un istituto enologico in cui vi erano in tutto 5-6 ragazze, e lei era l’unica nella sua classe, ha contribuito a formarle il carattere.
Ho avuto il privilegio di essere allo stesso tavolo alla cena degli ultimi due Merano Wine Festival, e raccontava di come sia stata interessante quell’esperienza, seppure un po’ dura all’inizio.
L’azienda, in cui ben si sposano le moderne pratiche agronomiche con le tradizioni vitivinicole, dispone di 20 ettari di vigneto, con una produzione di 160.000 bottiglie, di cui 60.000 di bollicine.
Le etichette in totale sono una ventina, di cui 8 di Trentodoc.
Cantina di tradizione e di sperimentazione, produce eccellenti vini sia con vitigni autoctoni che internazionali, ma in questa sede voglio soffermarmi sui Trentodoc, di cui sono un deciso estimatore.
E fra tutti il mio preferito è proprio il Riserva del fondatore che presento di seguito.

Brut 976 Riserva del Fondatore Trentodoc 2004

E’ l’etichetta di punta tra le bollicine dell’azienda, prodotto solo nelle grandi annate.
Uvaggio di Chardonnay e Pinot Nero in pari proporzione, le cui uve provengono dal vigneto Sompiaz, situato sulle colline sovrastanti la Vallagarina, in località Sasso di Nogaredo, ad oltre 400 metri d’altitudine.
Vendemmia manuale, rifermentazione in bottiglia secondo il metodo classico, con una permanenza in catasta sui lieviti di almeno 96 mesi.
Produzione di solo 2.000 bottiglie, gradazione del 12,5 %.
Nel bicchiere si presenta di colore giallo dorato con una bollicina continua e persistente.
I profumi sono pressocchè infiniti, dalle note burrose, al pane brioche, il tocco di cannella, la vaniglia, anche agrumi, albicocca disidratata e frutta secca, senza dimenticare il fieno tagliato lasciato nei campi a seccare e le erbe aromatiche. E potrei raccontarne altri, ma voglio lasciar divertire chi ha la bontà di leggermi.
Lo beviamo: elegante, cremoso, piacevolmente minerale, di grande pulizia e persistenza incommensurabile. Non sfuggono le note agrumate, sa essere al contempo fresco e strutturato, vivace e solido: il mio amico Alberto Lazzeri, sommelier in Valtellina, lo propone abbinato ad un filetto di vitello con funghi spadellati, crema di scimudin e polenta taragna.

Prezzo in enoteca: 59 Euro

Cantina Endrizzi – San Michele all’Adige (TN)
Cantina Endrizzi compie proprio nel 2015 i 130 anni di vita.
L’azienda venne fondata dai fratelli Angelo e Francesco Endrici (in dialetto “Endrizzi”), che nel 1885 scesero in Piana Rotaliana provenienti da Don, un piccolo paesino in Valle di Non.
In questi 130 anni molte sono state le vicissitudini della cantina, che ha conosciuto momenti di grande sviluppo: ad inizio ‘900 i suoi vini venivano venduti in tutto l’impero austro-ungarico, ad esempio, ma anche di crisi profonda dovuta ai due conflitti mondiali con le relative conseguenze.
Oggi è guidata dal loro diretto discendente, Paolo Endrici, validamente aiutato dalla bella moglie Christine, architetto che ha vissuto a Stoccarda, Monaco e Milano, per amore trasferitasi in Località Masetto, a San Michele all’Adige: un salto non indifferente. I figli Lisa Maria e Daniele stanno pian piano entrando in azienda.
So di fare contento Paolo nello spendere una parola nel ricordo di suo padre, Franco, artefice della rinascita dell’azienda nel dopoguerra, che ha lavorato fino ad 89 anni e si è spento nel 2006, alla ragguardevole età di 94 anni: merito del Teroldego, sostiene chi lo conosceva.
L’azienda gestisce 55 ettari vitati, con una produzione di circa 600.000 bottiglie, divise su 23 etichette diverse, vendute per l’80 % all’estero, in più di 20 paesi diversi.
E da circa 15 anni vi è anche un’azienda in Maremma: Tenuta Serpaia, 30 ettari e 4 diverse etichette prodotte.
Gli Endrici sono da sempre attenti alla sostenibilità, sia in vigna che in cantina, alla ricerca del “vino buono”, che rifletta i caratteri del vitigno e del territorio.
Molto bello il vigneto didattico coltivato all’ingresso della cantina: alcuni filari dedicati ad ognuno dei vitigni autoctoni del Trentino, meta di curiosi, scuole ed appassionati.
Enologo è Vito Piffer, che si avvale della collaborazione di alcuni importanti colleghi, tra cui Paolo Inama per le bollicine.

La linea Masetto rappresenta la produzione forse più rappresentativa dell’azienda, ma in questa sede voglio parlare di una delle loro bollicine, il Rosè, che io considero una delle massime espressioni del Trentodoc nella sua tipologia.

Endrizzi Brut Rosè Pian Castello Trento DOC Metodo Classico 2008
E’ un Pinot Nero in purezza, le cui uve provengono da unico vigneto di 3,5 ettari coltivato a clos francese.
La produzione è di circa 5.000 bottiglie, con tenore alcolico del 12,5 %.
Vendemmia manuale in cassette, vinificazione parte in barrique e parte in acciaio.
La maturazione in bottiglia sui lieviti dura oltre 60 mesi.
Nel bicchiere è di colore rosa, tenue ma brillante, solcato da un perlage fine e continuo.
I profumi sono fini ed intensi, dalla rosa al piccolo frutto di bosco, note vinose ma eleganti, sentori agrumati di buccia di mandarino ed un’appena accennata nota speziata.
In bocca è giustamente sapido, rinfrescante, fine, dalla bollicina cremosa ed elegante, incredibilmente piacevole e persistente.
Ottimo come aperitivo, si può tranquillamente bere a tutto pasto: il mio amico Alberto lo propone con una Lasagnetta di grano saraceno farcita con bresaola, verza e fonduta delicata di bitto

Prezzo in enoteca: 18-24 Euro

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