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La guerra dell'Amarone approda in Tribunale

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La guerra dell'Amarone approda in Tribunale

Si riaccendono le polemiche sull’Amarone. Sale di tono infatti la contrapposizione che ormai va avanti dal 2009 tra il Consorzio di tutela della Valpolicella e l’associazione delle Famiglie dell’Amarone d’Arte. Un “tavolo ristretto” costituito da 12 produttori, e nato nel 2009, proprio in contrapposizione e in polemica con il Consorzio di tutela che non garantirebbe – a detta delle Famiglie – elevati standard qualitativi richiesti da una vera e propria griffe enologica come l’Amarone. Dal canto suo lo stesso consorzio di tutela non ha potuto far finte di nulla e di fronte alla consuetudine di rifarsi a un marchio (una “A” racchiusa in un ologramma apposto sulle bottiglie) e soprattutto alla richiesta, all’estero, di riconoscimento di un marchio ad hoc si è visto costretto a intervenire anche sul fronte legale.

Un salto di qualità nella contrapposizione

Una contrapposizione non nuova e che già emerse al momento della creazione della nuova associazione ma che ora ha subito una nuova accelerazione. Già nei mesi scorsi il Consorzio di tutela dei vini della Valpolicella (fra le cui denominazioni protette c’è – lo ricordiamo – l’Amarone Docg) aveva prima interpellato il ministero per le Politiche agricole che aveva invitato il consorzio a intervenire per ripristinare la legittimità “visto che non è possibile da parte di un privato registrare un marchio che contenga al suo interno una denominazione d’origine protetta, ovvero una menzione tradizionale, ovvero un marchio collettivo”. E dopo aver acquisito il parere del Mipaaf il Consorzio ha provveduto a richiedere, con due diverse procedure in sede sia nazionale che comunitaria, la nullità del marchio.

Ma anche l’associazione non è stata a guardare

In questi mesi le iniziative intraprese non sono state solo quelle del Consorzio. Nei giorni scorsi, dopo aver avuto notizia delle azioni legali intraprese dall’organismo di tutela, anche le altre 8 aziende delle Famiglie dell’Amarone d’Arte che finora erano ancora associate anche al Consorzio di tutela hanno deciso di fuoriuscirne. E così ai brand Masi, Allegrini, Tedeschi e Musella che erano già fuori dell’organismo di tutela, nei giorni scorsi hanno comunicato la propria volontà di uscirne anche Begali, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi, Speri, Tommasi, Tenuta Sant’Antonio, Venturini e Zenato. “Da 6 mesi chiediamo alle Famiglie di togliere il termine ‘Amarone’ dalla loro dicitura anche in Italia – ha spiegato il presidente del Consorzio di tutela della Valpolicella Christian Marchesini – perché si tratta di un utilizzo irregolare del nome come previsto dal disciplinare di produzione. Cioè se si fossero chiamati ’Famiglie del vino d’arte’ non avremmo avuto nulla da ridire, ma il riferimento al termine Amarone non si può fare. A maggior ragione non si può utilizzare per lasciar intendere che quello delle Famiglie rappresenta l’eccellenza qualitativa dell’Amarone mentre quello prodotto dalle altre 270 aziende associate al Consorzio della Valpolicella non lo sarebbe”. Dal canto loro i vertici invece dell’associazione delle Famiglie dell’Amarone d’Arte non vogliono commentare e si limitano a ricordare attraverso le parole della presidente, Marilisa Allegrini che “le Famiglie producono l’Amarone da sempre”.

Un nuovo capitolo dopo la querelle “collina-pianura”

Si aggiunge quindi un nuovo capitolo alla contrapposizione tra associazione delle Famiglie e consorzio di tutela della Valpolicella che aveva avuto già di recente una escalation dopo la modifica del disciplinare di produzione dell’Amarone Docg da parte del Consorzio col quale era stata estesa ad aree di pianura (precedentemente escluse) la zona di produzione del celebre vino veneto. Già in quell’occasione le Famiglie dell’Amarone d’Arte insorsero contro la decisione del Consorzio che – a loro giudizio – avrebbe potuto pregiudicare la qualità della griffe veneta. Ora invece questo nuovo capitolo con l’approdo in Tribunale della polemica che neanche il recente ritiro dalle bottiglie (a quanto si apprende) dell’ologramma simbolo dell’associazione è riuscito a scongiurare.

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