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Scattano le regole Ue sui nuovi vigneti: ecco come funzionerà in Italia

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Scattano le regole Ue sui nuovi vigneti: ecco come funzionerà in Italia

Dal 1 gennaio 2016 è andato in pensione il sistema dei diritti di impianto dei vigneti per lasciare il passo alle autorizzazioni all’impianto. Il passaggio, previsto dalle regole Ue, ha avuto il proprio battesimo proprio nei giorni scorsi e prevede comunque il mantenimento di un sistema di gestione del potenziale viticolo (e quindi dell’offerta di vino) anche se meno ingessato rispetto a quello regolato dai diritti di impianto. Sia diritti che autorizzazioni sono in sostanza le licenze che un produttore deve detenere, insieme alla proprietà del vigneto, per produrre vino.

Una soluzione di compromesso

Va ricordato che il passaggio alle autorizzazioni all’impianto rappresenta una soluzione di compromesso alla quale si è giunti dopo la vera e propria levata di scudi, registrata a partire dal 2010, dopo che Bruxelles con la riforma dell’Ocm vino del 2009 aveva sancito una completa deregulation degli impianti. I paesi produttori (Italia e Francia in primis) avevano guidato una vera e propria crociata contro la liberalizzazione totale prevista da Bruxelles temendo che la deregulation potesse innescare un’esplosione della produzione nella Ue con conseguente crollo delle quotazioni dei vini. Una crociata che portò a un parziale passo indietro da parte di Bruxelles che corresse la propria decisione introducendo un nuovo meccanismo in grado di consentire una regolazione dell’offerta.

Le differenze tra vecchio e nuovo regime

Tuttavia il nuovo regime non è del tutto analogo a quello precedente. A differenza dei diritti di impianto le autorizzazioni non possono essere commercializzate. Pertanto mentre in passato un produttore che voleva realizzare un nuovo vigneto poteva acquistare sul mercato il relativo diritto (rilevandolo dalle aziende o dalle regioni che lo detenevano in portafoglio), da ora in avanti l’unica possibilità di realizzare un nuovo impianto produttivo è legata alla riserva di nuove autorizzazioni (nella misura dell’1% del potenziale produttivo nazionale) che ogni anno saranno messe a bando da parte di ogni stato membro. Per l’Italia tale quota sarà pari a circa 6.400 ettari di nuovi impianti l’anno. «Un meccanismo – ha spiegato nei giorni scorsi Roberta Sardone del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura) – che potrebbe consentire di fronteggiare il trend di progressivo calo delle superfici che tra il 2012 e il 2014 si sono ridotte dello 0,5% in Europa e dello 0,7% in Italia».

Per una volta nessun allarme burocrazia

E per una volta dal mondo delle imprese sono venuti positivi riconoscimenti al ministero per le Politiche agricole per come è stato gestito il passaggio al nuovo sistema. Una transizione che non ha portato con sé, come spesso accade, nuova burocrazia. «Ci sentiamo di rivolgere un sentito “grazie” al ministro Martina – ha detto il presidente dell’Unione italiana vini, Domenico Zonin – per aver definito con il decreto di fine anno una situazione che presentava diversi punti critici». In particolare sulla definizione dei bandi regionali si rischiava una nuova diatriba tra regioni e sistema centrale con l’emanazione di 21 diversi bandi per l’erogazione delle nuove autorizzazioni. Rischio che è stato scongiurato con la previsione di un bando unico nazionale. «Attenzione però – ha aggiunto Zonin – al plafond dell’1% del vigneto Italia che potrebbe rivelarsi insufficiente per conservare il nostro potenziale. E questo perché secondo i nostri calcoli l’Italia nell’ultimo decennio ha perso in media circa 8-9mila ettari di vigneto l’anno. In questa ottica sarà fondamentale monitorare, e fino al 2020, la conversione dei vecchi diritti di reimpianto in portafoglio di privati ed enti locali, in nuove autorizzazioni. Si tratta quindi di un importante serbatoio che potrebbe consentire all’Italia di non perdere ancora potenziale produttivo».

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