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Non solo cantine, in Piemonte lo spumante invecchia…

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Vino

Non solo cantine, in Piemonte lo spumante invecchia nell’ex-minera di talco

Temperatura invariata tutto l'anno, totale assenza di luce e umidità costante al 90% sono le caratteristiche di una cantina davvero particolare. Nessun ultimo ritrovato della tecnologia, ma una miniera di talco abbandonata in Piemonte, che accoglie 3mila bottiglie di metodo classico dell'azienda vinicola L'Autin.
L'idea è di Mauro Camusso, laureato in Scienze Agronome, ma un passato nelle cave di pietra. «La sfida è stata produrre uno spumante nel nostro territorio», confessa. Siamo infatti a metà strada tra Pinerolo e Cavour, ai piedi delle Alpi e a una cinquantina di chilometri a sud-ovest di Torino.

«La vigna l'ho sempre avuta nel sangue - spiega - e ho voluto riprendere una tradizione ereditata da mio nonno». Così nel 2010 con un socio acquista quattro ettari di vigneto, Chardonnay e Pinot Nero, che ha dato il primo raccolto nel 2013 e il primo vino l'anno successivo. E nel 2015 decide di aggiungere zucchero e lievito e convertire 3mila bottiglie in metodo classico, depositandoli in fondo alla miniera di talco di Prali (To), nella Val Germanasca.

Una vecchia miniera diventata eco-museo

«Ho pensato che questo fosse il luogo ideale per un vino - ci dice - dopo una visita da turista con mia figlia». La miniera, infatti, inaugurata nel 1937, ha cessato la produzione nel 1995 perché le sue infinite gallerie erano ormai troppo strette per le moderne macchine da lavoro ed è stata convertita in ecomuseo, riaprendo due anni più tardi.
«Le condizioni della miniera - dice Camusso - sono molto speciali. La temperatura è di 10 gradi durante tutto l'anno, è buio e, ovviamente, c'è il 90% di umidità. In teoria, questi sono i valori ideali per le bolle di raffinazione».
Le bottiglie, di vetro spesso per resistere alla pressione della fermentazione, restano così a riposare orizzontalmente 30 mesi nel fondo della miniera, in un piccolo tunnel distante dai circuiti turistici. Qui il vino acquisisce le note aromatiche e affina la bollicina. Trascorso questo periodo viene fatto il ‘rémuage', ovvero le bottiglie sono poste verticalmente a testa in giù per tre settimane, per convogliare la feccia verso il collo della bottiglia. Segue il ‘dégorgement' senza l'aggiunta di alcun liqueur e la tappatura con tappo a fungo.

Prime bottiglie stappate ad ottobre

Lo spumante brut che si ottiene si chiama Eli, proprio in onore della figlia di Camusso. Le prime bottiglie sono state stappate lo scorso ottobre, con un po' di anticipo, e sembrano promettenti. «Il prodotto ha ricevuto commenti positivi - afferma orgogliosamente Camusso - e si presenta fresco, con una buona acidità, spuma fine e cremosa. Il profumo è fruttato con sentori di lievito e crosta di pane. Il nostro è stato un esperimento, e solo il tempo ci dirà se darà frutti duraturi, però l'accoglienza da parte i nostri clienti è stata davvero incoraggiante». Di sicuro le condizioni sono ottimali per questa produzione e la presenza del vino accresce l'interesse per la miniera. «Non è una novità: già i francesi conservano lo champagne nelle grotte, proprio per il perfetto microambiente», prosegue.

Gli altri vini “di miniera”

E quello piemontese, infatti, non è il primo esperimento di vino affinato in miniera. Esperienze analoghe sono state percorse con dei rossi dalla cantina viticultori Associati di Canicattì (Ag), con il Botticino Doc nelle miniere della Valle Trompia, con il Gewürztraminer in quelle d'argento di Monteneve in Val Ridanna (Trentino) e in quelle di calcare di Cricova (vicino alla capitale della Moldavia) che con i suoi 60 km di gallerie è la cantina sotterranea più grande dell'Europa sud-orientale.

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