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Il segreto del gin? I “botanicals” giusti (e anche i big lo…

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Il segreto del gin? I “botanicals” giusti (e anche i big lo hanno capito)

Possiamo discutere a lungo sul tipo acqua tonica da abbinare, su quale altro prodotto lo esalti maggiormente nella mixology - di cui è assoluto protagonista - e persino sulla qualità e forma del ghiaccio da versare nel bicchiere. Ma in realtà, il gin si presta tecnicamente a un solo vero argomento: i botanicals, ovvero erbe, spezie, piante e radici che formano il mix caratteristico di un gin, che come tutti sanno è il prodotto della distillazione di cereali, sostanzialmente orzo e frumento. Tra i botanicals, in prima fila ci sono le bacche di ginepro che danno il profumo e il gusto principali e a cui si deve anche il nome del distillato.

La corsa ai botanicals è alla base del fenomeno dei gin artigianali, esploso in Italia da un paio di anni. Praticamente, ogni mese, nasce un brand che utilizza questo o quel prodotto: ormai siamo alla cinquantina di etichette, con produzioni piccolissime, piccole e in qualche caso già medie. Spesso, c'è uno stretto legame con il mondo della grappa per passione e tecnologia. Un caso esemplare è Poli – nome storico della grappa, sul mercato dal 1898 – che ha lanciato Marconi 46 (divertente: è l'indirizzo dell'azienda di Schiavon ma anche la gradazione alcolica del gin), dove i già citati botanicals sono ginepro, uva moscato, pino mugo, pino cembro, menta, cardamomo e coriandolo. Il gioco dei botanicals ricorda quello dei luppoli per la birra artigianale, ogni nuovo produttore di gin mette il suo tocco (spesso legato al territorio) all'interno di un procedimento standardizzato.

Così il trentino Tovel's utilizza anche le scorze di limoni gardesani con le radici di angelica e genziana, il torinese B8 pepe nero e ciclamino, il savonese Gino liquirizia e salvia. C'è chi – come i monaci con i loro amari -difende la ricetta segreta (il padovano Greedy Gin vanta 18 erbe ma ne dichiara 13) e chi vuole essere l'orgoglio di una regione: Elio Carta, figlio di un produttore storico di Vernaccia, produce due gin al 100% sardi, con gli stessi botanicals. Mirto, timo, lentisco, finocchietto rendono unico il Giniu e in quantità doppia danno forza al Pigskin che riposa nelle botti di castagno centenario, utilizzati non a caso per il vino di famiglia. Non poteva mancare un gin di abbazia: è quello a base solo di ginepro quindi monovarietale – dei benedettini di Valleombrosa (FI): pare lo facciano da tre secoli ma guarda caso è arrivato adesso sul mercato.

E i big come si difendono dall'artigianato? Perfezionando sempre di più la ricerca, potendosi permettere di viaggiare ovunque e rivolgendosi a un pubblico internazionale. Un esempio valido in materia è quello di Bombay Sapphire, il gin più profumato al mondo perché realizzato con dieci erbe aromatiche selezionate a mano provenienti da tanti paesi: bella l'idea della The Grand Journey - che si è svolta in tutta Europa, Italia compresa - per far conoscere il ‘viaggio' del gin, grazie al prezioso contributo di Alex Frezza (noto mixologist dell'Antiquario di Napoli) e Ivano Tonutti, Master Herbalist del Gruppo Bacardi a cui appartiene Bombay Sapphire.

Vale la pena ricordare le dieci erbe e la loro provenienza, visto che fanno intuire lo sforzo per rendere unico questo gin: ginepro (Toscana), scorza di limone (Murcia, Spagna), grani del paradiso (simili al pepe, Africa Occidentale), semi di coriandolo (Marocco), bacche di cubebe (Indonesia), radice di giaggiolo (Firenza), mandorle amare (Spagna), corteccia di cassia ( Indonesia), liquirizia (Cina), radice di Angelica (Dresda). Con questo mix, ci si può lanciare in visioni piacevoli intorno ai grandi classici con il Bombay Sapphire vedi lo Smoke on the Tonic (acqua tonica, vaporizzazione di Laphroaig 10 e stecca di liquerizia) o il Bloody Tonic ( acqua tonica, succo di rapa rossa e scorza di limone) o ancora il Gin&Tina (succo lime, succo clementina, dry curacao, sciroppo di miele e bacche di ginepro).

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