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Il cotto fiorentino versione anfora per l’Orange di Sangiovese Fontodi

Vino

Il cotto fiorentino versione anfora per l’Orange di Sangiovese Fontodi

La famiglia Manetti se ne intende di terroir, perché è proprio sulla peculiare composizione del terreno del Chianti che ha costruito fin dal 1780 la bellezza del cotto tradizionale fiorentino. E quando, nel 1968, ha acquisito la tenuta Fontodi a Sud di Panzano in Chianti anche la vocazione alla viticoltura è entrata nel Dna della famiglia.
Grazie alla magnifica posizione - altitudine rilevante, terreni galestrosi, microclima caldo e asciutto con ampia escursione termica - e con un focus sui principi di naturalità e sostenibilità (con certificazione bio), Fontodi regala soddisfazioni legate alla spinta sulle potenzialità del Sangiovese autoctono: dal Flaccianello della Pieve, frutto di una selezione dei migliori vigneti aziendali, al cru Vigna del Sorbo. E parallelamente l'enologo Franco Bernabei (in azienda dal 1979) ha saputo selezionare un raffinato Pinot Nero e un solido, eccellente Syrah. Vini di spessore, che per l'80% sono orientati ai mercati esteri (Nord America in testa).

Dalla terra alla terracotta

È sulla terra del Chianti che si ancora il legame tra le due vocazioni della famiglia Manetti, che non per nulla accanto al cotto ha avviato la produzione di orci da vino che utilizza anche in cantina per una produzione limitata. «Un giochino nato per esprimere la passione per la nostra terra», abbozza Federico Manetti, ottava generazione alla guida dell'azienda .

In realtà tutto parte dalla terra. Gli orci firmati Manetti sono interamente prodotti a mano con la tecnica del 'lavoro fondato', ma quello che li rende unici è la composizione dell'argilla chiantigiana, che conferisce al manufatto porosità, una peculiare resistenza al freddo e una naturale resistenza all'ossidazione e agli attacchi batterici. «È un materiale utilizzato per il vino da migliaia di anni - rimarca Manetti - non serve la ceratura delle pareti interne, perché anzi la terracotta ha un'azione antiossidante, inoltre le capacità di adattamento termico rendono più difficili le rotture e non prevedono l'interramento».
La produzione è molto contenuta (70-80 anfore all'anno) con destinazione prevalente extra-Italia, in particolare Sudafrica, Usa, Australia e Nuova Zelanda.

Il vino nelle anfore della memoria

Attualmente Fontodi non lo mette nemmeno a catalogo, perché è quasi un fatto privato quel vino rosso che da qualche anno ha iniziato a fermentare in anfora. Più che alla moda, i Manetti hanno ceduto ad un richiamo della terra.
«Dato che forniamo orci da vino ad altri produttori - chiosa Federico – mio zio Giovanni ha voluto provare la fermentazione delle nostre uve Sangiovese in terracotta e il risultato è piuttosto interessante. Il vino fermenta 9 mesi sulle bucce e poi, senza alcuna alterazione né solfiti aggiunti, riposa altri 6 mesi in anfora senza le bucce prima dell'imbottigliamento».
La produzione è così ridotta (2mila bottiglie) che l'azienda ha scelto di non metterlo in distribuzione, limitandosi a fornire alcuni ristoranti selezionati. Eppure questo “esperimento” partito con l'annata 2012 sembra tutt'altro che futile, infatti quel vino fermentato nella terra del Chianti ha preso il nome di Dino, una dedica a Dino Manetti che nel 1968 decise di acquistare Fontodi. «La scelta di produrre questo vino rosso è legata ad una ricerca di una autenticità ancora più forte - conclude Manetti - È un vino estremo, nel quale viene esaltato il terroir in purezza».

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