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In Israele prove di dialogo tra i fornelli

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In Israele prove di dialogo tra i fornelli

In un momento come questo, con la riesplosione dei focolai di intolleranza e confronto, la storia delle “Cesarine di Israele” apre un piccolo spiraglio di speranza. Con un ruolo indiretto del nostro paese.

L'Italia non esporta solo buon cibo, moda e design, ma anche buone pratiche che talvolta si trasformano in progetti di pace. E' il caso delle nostre Cesarine, ovvero le donne che aprono le porte di casa propria per salvaguardare e condividere la loro conoscenza delle tradizioni locali, delle ricette e dell'ospitalità. Un modello che, trasportato in Israele, è diventato simbolo di collaborazione tra etnie e religioni.

Nahida vive in Galilea, è di etnia drusa e con altre 14 donne sparse nella regione israeliana apre le porte della propria casa a chiunque voglia imparare a cucinare e ascoltare la storia e le tradizioni del suo popolo. I drusi sono un gruppo etnoreligioso di minoranza con radici nell'Islam, i cui due milioni di praticanti in tutto il mondo si trovano principalmente in Siria, Libano, Israele e Giordania. Il loro credo accoglie elementi dell'Islam, del Giudaismo, dell'Induismo e del Cristianesimo. Per evitare persecuzioni, le comunità druse si sono tradizionalmente mantenute chiuse, anche se in Israele prestano servizio nell'esercito e si impegnano nella vita civile. Per il cibo, però, questo isolamento è stato un vantaggio perché oggi si possono scoprire preparazioni antiche e particolari della cucina druso-israeliana.

La tradizione drusa
A chi viene a trovarla nella fiorita e curata cittadina di Daliat El Carmel, Nahida parla del suo popolo, accogliendo gli ospiti con caffè speziato e dolci a base di pasta fillo, frutta secca, miele e sesamo. E' il tipico benvenuto mediorientale. Poi inizia la lezione di cucina che dura circa tre ore: foglie di vite e zucchine ripiene di riso, zucca caramellata, kat'aif, ovvero pasta ripiena di formaggio e noci, torta di sesamo e curcuma…

“Facciamo parte del progetto Galileat – spiega Nahida in perfetto inglese. Le altre donne sono cristiane, ebree, musulmane o beduine. Non importa. Da noi non è come si legge sui giornali, c'è grande collaborazione e rispetto tra persone di religione ed etnia diverse. Per molte di noi, inoltre, la cui società le obbliga a non avere una vita pubblica è un modo per restare in contatto con il mondo. Semplicemente facendolo entrare a casa”. Nahida ha quattro figli, tutti universitari a Tel Aviv, è coordinatrice dell'istruzione per le scuole della sua città e guaritrice. “Vorrei diventare sindaco - confessa - ma non tutti i miei concittadini vedono di buon occhio questo mio attivismo”.

L'idea degli home restaurant di Galileat è venuta dopo un viaggio in Umbria a uno chef australiano Paul Nirens, da 30 anni in Galilea. “Sono rimasto folgorato da questa esperienza, ospite di diverse ‘Cesarine' -racconta - e ho pensato di portarla nella mia regione, altrettanto ricca di storia, natura, tradizioni e mescolanza culinaria”. Le verdi e ricche colline della regione - che è soprannominata “la Toscana d'Israele” - non solo abbondano di eccellenti prodotti agricoli (frutta, ortaggi, olive, vino…), ma anche di un passato millenario che ne ha fatto una terra densa di culture e mescolanze etniche ancora prima che l'attraversasse Gesù. E' una regione piccola, ma al suo interno si può trovare un'eccezionale varietà di cucine. Al di là dei piatti “icona” come i falafel, hummus e sabich, omnipresenti, basta spostarsi di poche decine di km per trovare cibi yemeniti, libanesi, egiziani, arabi…e per ascoltare storie di popoli millenari trasferitisi qui per la dolcezza del clima e, oggi, la tolleranza delle istituzioni. A poche centinaia di chilometri c'è il confine con la Siria. E il confronto tra le due realtà lascia straniti. “Quello che facciamo, i corsi di cucina, il condividere le nostre storie ed esperienze, al di là di religione ed etnia - conclude Nahida - dimostra che un altro mondo è possibile, un mondo più dolce e collaborativo”.

Un “ponte” gastronomico
Lo stesso ideale anima un progetto analogo a Gerusalemme, città che già da sola rappresenta un crogiolo di culture e religioni. Anche qui un gruppo di donne, Women and Tales in Jerusalem, accoglie turisti e visitatori nelle proprie case per insegnare loro gli antichi saperi degli antenati. Il progetto, finanziato dal Ministero del Turismo israeliano e dal comune di Gerusalemme, riunisce circa 60 donne, principalmente nell'antichissimo quartiere (conosciuto fin dai tempi del profeta Geremia) di Ein Kerem che sorge alle porte della città vecchia su alture verdeggianti punteggiate da chiese, monasteri, ristoranti e romantici caffè. Ma alcune risiedono anche nei quartieri ortodossi e musulmani.

Le protagoniste, infatti, hanno origini da ogni parte del mondo, dal Marocco come dalla Polonia. L'idea è di Shosshana Karbisi, ex insegnante di arabo. “L'obiettivo è quello di aiutare le donne a iniziare una piccola attività turistica nelle loro case che contribuisca alla loro emancipazione - illustra Shosshana indossando gli abiti tradizionali marocchini delle sue antenate - offrendo ai turisti un'esperienza unica di Gerusalemme, mostrando la loro vita quotidiana e la loro cultura”. Shosshana racconta la storia delle sue ave della comunità ebraica in Marocco mentre insegna a preparare il cous cous 2.0, ovvero una versione con il microonde più adatto a una vita moderna. Un mix di passato e modernità. “Qui cerchiamo di combinare il vecchio mondo degli antichi con il nuovo mondo in cui siamo. Perché abbiamo bisogno di ricordare, ma anche di guardare avanti”. La casa di ogni donna offre un'esperienza diversa, da imparare a fare il tradizionale cibo curdo, a cantare le ninnananne ebraiche, da fare cestini e tessuti a mano, a passarsi il kajal sugli occhi. Alcune partecipanti consentono solo alle donne di entrare nelle loro case, dal momento che nella cultura ultra-ortodossa e araba non è appropriato interagire con gli uomini che non fanno parte della famiglia. Però, i progetti in questi quartieri offrono comunque alle turiste la possibilità di vedere una parte di Gerusalemme inedita e difficile da accedere. L'hosting comprende riunioni di gruppo o laboratori, che durano una o due ore e fino a mezza giornata. “Vorrei che in Israele l'arabo fosse insegnamento d'obbligo a scuola - ci dice Shosshana -. Le lingue da sempre sono un ponte tra i popoli e molte incomprensioni si potrebbero superare più facilmente”.

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