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Futuro del vino e climate change: tra catastrofisti e ottimisti resta una vendemmia da dimenticare

Irreversibile scivolamento verso la tropicalizzazione o naturali cicli climatologici? Un match senza fine tra sostenitori di una tesi e dell'altra, anche nel mondo del vino. Se n'è discusso a Giardini Naxos nel quadro di Taormina Gourmet 2017, manifestazione promossa da cronachedigusto.it.
Il professor Attilio Scienza sostiene che è necessario adottare provvedimenti da subito. “Nel 2050 - è la sua previsione - regioni come Puglia, Sicilia e Campania saranno desertificate per il cambiamento climatico. E' quindi necessario portare le vigne dal Sud al Nord, sugli Appennini o verso le Alpi. Progettare bacini irrigui in montagna e ottenere i decreti legislativi per spostare le Doc.”.
E oggi? “Eliminare gli inerbimenti e ricorrere ai portainnesti a M - risponde Scienza -. Poi evitare le sfogliature e le concimazioni col potassio. E non fermarsi davanti al miglioramento genetico dei vitigni. Tutte misure necessarie: oggi il profilo sensoriale dei nostri vini somiglia a quello dei vini australiani. Non possiamo aspettare”.
Spumante della Cornovaglia
Diversa la posizione di Daniele Cernilli, divulgatore enogastronomico, secondo cui il mutamento climatico è da ricondurre (al netto dell'opera umana) nel ciclo naturale del nostro pianeta. “Nell'epoca romana faceva molto più caldo di oggi - ricorda Cernilli - e nel 1709 partì una mini glaciazione che condusse alla distruzione dei vigneti del nord Europa, compresi quelli nel sud dell'Inghilterra e in Scozia. Nel '56 una gelata in Toscana indusse gli agricoltori a lasciare le terre e trasferirsi nell'industria. Le terre del Chianti furono rilevate da acquirenti esterni”. E poi Cernilli conclude che la mini glaciazione ha lasciato il posto negli ultimi 7 anni a una fase calda, di caratteristiche tropicali. Tanto che in Cornovaglia si è avviata la produzione di spumante britannico, secondo il metodo classico.
Per Luigi Moio, docente di enologia all'università di Napoli, “non succede nulla di strano. Se non che la natura, alla fine, riconquista i suoi spazi e impone la sua legge. Se il Sangiovese o lo Chardonnay soffrono cioè è dovuto a scelte sbagliate: non si doveva piantare in quelle regioni”.
A un passo dal collasso
“Purtroppo ho l'impressione che non tutti abbiano consapevolezza di quello che succede - sostiene Riccardo Cotarella, imprenditore agricolo ed enologo -. Chi sostiene, specie se non è un produttore, che questa vendemmia sia stata la migliore del secolo, ha capito poco o è in malafede. Dallo Champagne a Pantelleria i danni del clima caldo sono incalcolabili: per l'Italia sono quantificabili, ed è una stima prudenziale, in 15 milioni di ettolitri in meno. Nelle zone viticole hanno registrato mediamente 5, 6 , 7 gradi in più. L'epicentro della siccità è tra Toscana, Lazio e Sardegna che hanno perso il 65% delle piogge. Peraltro concentrato nel periodo di maggiore sete delle piante. Solo il Montepulciano e l'Aglianico, vitigni tardivi, hanno sofferto un po' meno, ma dipende dalle zone. Perché anche un temporale estivo può aver fatto la differenza”.
Quali gli effetti sui produttori? “Drammatici - risponde Cotarella -. Ci sono aziende che non hanno il prodotto necessario per stare sul mercato. Specie nella grande distribuzione. E se non ce l'hai ti sostituiscono in tempo reale: il mercato non aspetta”.
E oggi? “Se anche novembre dovesse mantenersi così caldo non ci sarebbero previsioni scientifiche che tengano” conclude Cotarella.

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