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Campamac, Manhattan a Barbaresco (ma con plin e fassona)

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Campamac, Manhattan a Barbaresco (ma con plin e fassona)

Il mix è esplosivo. Un manager con brillanti esperienze internazionali e generose passioni (dalla tavola all'arte contemporanea). Un cuoco amato da tutti, che ha fatto di una cucina solida e sontuosa un punto di riferimento imprescindibile in Langa. Un locale fresco e moderno che porta Manhattan a Barbaresco. Dietro le quinte, un mostro sacro dell'enologia internazionale.

Aggiungi la “firma” di un astro emergente dell'architettura e un parterre di amici entusiasti del progetto che spaziano da Maurizio Cattelan a Barbara D'Urso.

Che dire? Campamac (“dacci dentro” in langarolo - da monferrina, per me era una locuzione sconosciuta) è destinato al successo. Perché è un luogo accogliente e hip quel tanto che basta, perché non si prende troppo sul serio, perché porta un vento di nuovo sulle colline di Langa e, soprattutto, perché ci si mangia gran bene.

I due soci - è il momento di svelarli: si tratta di Paolo Dalla Mora, il manager, e Maurilio Garola, lo chef - definiscono Campamac un'osteria “di livello”. A me la definizione non fa impazzire, ma tutto il resto, per quel che conta, mi è piaciuto parecchio. È quanto si spera, oggi, da una ristorazione che non sia la ripetizione di un format o un “progetto” per scalare la Michelin: cibo di grande qualità, con materie prime ineccepibili, servizio affabile ed efficiente, ambiente curato al millimetro ma all'apparenza easy.

Materie prime d'eccellenza
“La buona cucina è nel mio Dna, con mio nonno veneziano commerciante di cereali e mia nonna macellaia, fino ai miei genitori ristoratori per passione dal 1965 a Lignano Sabbiadoro - racconta Dalla Mora - la passione per il vino mi ha portato a Barbaresco, dove poi ho trovato l'amore. E da qui riparto con le mie passioni”. Eh già, perché in Langa ha trovato anche tanto di suocero: Angelo Gaja, il re del Barbaresco.

Garola, che un ristorante stellato già ce l'ha (la Ciau del Tornavento), insieme alla moglie Cecilia aveva il gusto di una nuova avventura.“Quest'anno la Ciau del Tornavento compie 20 anni, mi sentivo pronto per una nuova sfida, per un progetto fresco e giovane. Questo locale è come un figlio da crescere, è un luogo accogliente dove dare il meglio e divertirmi con la mia squadra: per averli carichi e motivati, dico sempre ai miei ragazzi “Campamac!”, e il nome scelto da me e da Paolo non poteva che essere questo”.

Su una cosa non c'è mai stata discussione: puntare su materie prime di eccellenza, anche per piatti all'apparenza poco pretenziosi. E quindi il pane si fa in casa tutti i giorni, come la pasta fresca, la carne per spiedi e griglie è quella, locale, di vacca Fassona piemontese, i formaggi vengono dall'Alta Langa… .

Si vende tutto, anche i quadri
Di grande effetto la vetrina frigo a vista per le carni: un'amica di Della Mora, critica d'arte ha postato la foto specificando di non essere alla Biennale di Venezia davanti a un'installazione di Damien Hirst dei tempi d'oro… .

L'arte contemporanea è comunque un'ospite gradito a Campamac. Al momento con due opere: la finestra “Another View”, videoinstallazione con una vista su Venezia del Carnevale da Palazzo Pisani e lo “Sweeepers Clock” del designer olandese Marteen Baas, dove le lancette dell'orologio sono in realtà mosse da un paio di spazzini che raccolgono rifiuti di vario genere.
Sono entrambi in vendita, come le salse, le marmellate, il pane e la carne che si possono acquistare nella piccola bottega all'ingresso del ristorante. Il locale, firmato dall'architetto Fabio Ferrillo, ha una cantina da 20mila bottiglie dove si può anche cenare.

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