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L’accoppiata vincente Alajmo-Starck per il nuovo 10 Corso Como

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Ristoranti

L’accoppiata vincente Alajmo-Starck per il nuovo 10 Corso Como

L'ultima di Philippe Starck: la trasformazione del bar-bistrot di Corso Como 10, icona della Milano anni '90 . Il geniale architetto e designer francese è stato coinvolto nel progetto dei fratelli Alajmo, che intendono rilanciare il posto, ristrutturandolo con la solita classe e un tocco di provocazione. Da ricordare che per la famiglia tristellata de Le Calandre, Starck si è già occupato in modo spettacolare del Caffè Stern a Parigi, di Amo a Venezia e del restyling del mitico Quadri, in Piazza S. Marco. Raffaele Alajmo per ora ha detto solo che l'ex-Corso Como 10 “Sarà qualcosa di incredibile, totalmente diverso dal posto attuale”. Non ne dubitiamo, considerando che si cimenta una leggenda vivente che in 50 anni di attività – oggi ne ha 69 – ha disegnato di tutto: oggetti di arredamento, spesso per le grandi firme del design italiano e motociclette, locali in tutto il mondo e superyacht avveniristici (quello di Steve Jobs, per esempio), musei e smartphone (senza cornici, ci mancherebbe). Lo abbiamo intervistato.

Signor Starck, visto che è al quarto impegno con Massimiliano e Raffaele, il nuovo posto avrà qualcosa di Caffè Stern a Parigi? Sarà un Quadri in miniatura? O magari un Amo alla milanese?

Chissà. Mi piace creare scenari in cui le persone si sentano più sicure, più belle, più amate. Con Caffè Stern, l'idea era di portare la magia veneziana a Parigi. È un luogo fantasmagorico, che non esiste sulla terra. Poi abbiamo realizzato Amo, nel Fondaco dei Tedeschi a Venezia: è puro fascino, un passaggio, che attraversa un luogo commerciale dove puoi prendere un semplice caffè nella massima eleganza. E infine Quadri, che è lo spirito stesso della città.

Come è nata questa collaborazione unica nel mondo del food & design?

Non rammento quando e come li ho incontrati perché quel giorno abbiamo riso così tanto che il ricordo del momento è stato cancellato dalla mia memoria. So unicamente che sono rimasto colpito dalla raffinatezza gastronomica e dalla libertà dei fratelli Alajmo. Massimiliano è una specie di angelo puramente poetico e incredibilmente intelligente. Raf è un uomo ugualmente perfetto ma a differenza del fratello, è fortunato ad avere una forza maschia all'esterno e un'intelligenza femminile all'interno. È un piacere straordinario lavorare con loro, quando mi hanno chiesto non ho esitato un secondo.

Philippe Starck, Max Alajmo, Raf Alajmo, Marino Folin

In Italia molti pensavano che il Caffè Stern, italianissimo per molti aspetti, non trovasse un successo così immediato a Parigi. Merito suo?

Stern ha segnato la storia con la sua unicità: era un luogo di incisione e di incredibile qualità dove venivano persone da tutto il mondo per farsi realizzare i biglietti da visita e gli inviti. L'incontro tra Stern e i fratelli Alajmo è la prova della magia. Per onorare questo sito storico, non ho voluto trasformarlo, non avevo il diritto. Ho semplicemente amplificato la poesia del luogo aggiungendo alcuni tocchi un po’ surreali, alcune sorprese che rendono particolare il posto: dovunque guardi, il cervello è in movimento.

Amo è un locale altrettanto unico. Per alcuni è il più bello dell’intera galassia Alajmo.

Il concetto era quello di dare ai visitatori di un centro commerciale – perché il Fondaco dei Tedeschi lo è, anche se uno dei più eleganti del mondo - l'opportunità di vivere un bel momento nel puro spirito della Serenissima. Così, la forma dei divani è ispirata alle gondole, le piccole lampade ricreano l'atmosfera delle notti misteriose di Venezia, gli affreschi sui muri rappresentano le fantasie del Carnevale. Quando ti siedi a pranzo o prendi un caffè da Amo, sei nell'anima di Venezia.

Amo (foto Federico Nero)

Parliamo del recente, colossale restauro del Quadri in Piazza San Marco: ha detto di avere accettato l’Acqua Alta e di sfruttarla.

Quando assumi un progetto a Venezia, sai già che devi affrontare i parametri naturali come appunto l'Acqua Alta. È straordinario che un'intera città, per 120 giorni l'anno, sia sott'acqua e il Quadri si trova nella zona più bassa. Abbiamo deciso di non aver timore di questo fenomeno, anzi di non romperne il fascino e la poesia. Abbiamo usato materiali su cui l'acqua lascia il segno come l'ottone grezzo non verniciato per i piedi dei tavoli, la reception a piano terra e tutti gli elementi a contatto con il terreno. Un'alluvione via l'altra, il metallo si ossiderà e cambierà colore diventando un testimone della storia di Venezia.

Per un architetto innovatore come lei, mettere mano a un luogo del XVIII secolo per ripoortare in evidenza le opere originali, deve essere stato interessante.

Uso la poesia, se mi consente. Quadri era un posto straordinario, ma un po' assonnato. Quindi, lo abbiamo baciato come il Principe Azzurro per svegliarlo. Ci siamo ritrovati un onere di mistero, bellezza ed estraneità e non potevamo cambiarlo, semmai rivedere alcuni aspetti con rispetto, amore e intelligenza. E comunque il segreto del Quadri resta nella maestria degli artigiani della Serenissima che lo hanno decorato. Io la definisco “qualità assoluta”.

I ristoranti, quanto a design, sono molto simili tra loro o proprio uguali. Per il “Corso Como 10”, che cambierà nome, immaginiamo voglia evitare il rischio.

Per progettare un luogo o un oggetto, penso soprattutto a quale sarà il “profitto” per la vita delle persone che vivranno nel posto o utilizzando il prodotto che creo. La cosa principale è questa: dobbiamo vivere insieme e creare sinergie per lavorare, parlare, informarsi. È tutta una questione di sentimento ed esperienza.

Un eclettico come lei pensa che cucina rappresenti la forma dell’arte del momento o è solo una mistificazione per la massa?

Nessuno se ne rende conto, ma la cucina casalinga più che in una fase di elaborazione sta per sparire, totalmente sostituita da quella dei ristoranti. Nel momento in cui avevo ancora tempo per cucinare, potevo preparare un pasto per trenta persone con quello che trovavo nel frigorifero, o con verdure fresche acquistate al mercato. Con i nuovi servizi di consegna a casa di interi pasti, il ristorante si integra con la vita quotidiana della casa. E diventa un'attività sociale, non occasionale e soprattutto a tempo pieno. Questo fenomeno è stato rafforzato dalla “starificazione” degli chef. In Francia in particolare, dove cerchiamo di evidenziare il talento del cuoco attraverso il trasformazione degli ingredienti. È la ricerca del bello, dello show va talvolta a svantaggio del cibo.

Abbiamo letto che in questo momento la parola che preferisce è de-materializzazione.

Interesserà ogni progetto e porterà inevitabilmente all'obsolescenza delle cose. Pensiamo al computer: più è diventato sofisticato, più è scomparso come oggetto e presto diverrà un chip da introdurre nel corpo... Ogni cosa seguirà un'identica strada. Il designer ha il compito di guidare questo cambiamento, pensando per esempio che la forma dei mobili deve sempre più adattarsi i alla salute del corpo. Gli ultimi designer saranno il personal trainer e il dietologo, perché saremo noi stessi il prodotto.

La vedremo maggiormente a Milano, in fondo l’isola di Burano – uno dei posti dove vive abitualmente – non è molto lontana. O ci illudiamo?

È che la mia relazione con Venezia è molto antica. Da 45 anni, abito in questa piccola isola della laguna chiamata Burano. Persone straordinarie vivono lì e hanno costruito questa magia, questa utopia in un posto ancora totalmente inospitale. Ognuno è un pescatore, tranne me, e tutti si conoscono e si parlano tutti i giorni, anche se piove forte o nevica, nella via centrale.
È una sorta di prototipo della società ideale ed è soprattutto il mio paradiso segreto.

Chiudiamo parlando della cucina veneziana o di quella di Max Alajmo?

Durante la mia ultima cena al Quadri, sono stato di nuovo stupito dal suo talento. Tutto era vario, bello, buono. Eppure tutto era quasi grezzo. Ad esempio, ho gustato del pesce che non era nemmeno salato, appena bollito, solo scottato. È quello che mi piace di Massimiliano e della cucina italiana in generale: il rispetto per l'ingrediente e l'intelligenza per raggiungere il più alto livello di cucina con il minimo della preparazione.

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