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Vino

Vini sardi oltreconfine, Stevie Kim: “strategie digitali e incoming”

Se pensavano di ricevere buffetti di approvazione e un plauso per la qualità dei loro vini, sono rimasti probabilmente delusi. Sì, perché quella dozzina di aziende sarde che ha partecipato al workshop “Tradizione, cultura, identità: il vino oltre confine” - accogliendo l'invito dello studio Affinità Elettive - si è trovata di fronte operatori, tecnici, comunicatori e giornalisti del mondo del vino che non hanno risparmiato “sferzate” ai vignaioli dell'isola.
Nessuna critica gratuita, anzi autorevoli complimenti per l'egregio lavoro compiuto in vigna e in cantina negli ultimi anni. Lo sprone venuto dai relatori convenuti all'Hotel Punta Negra di Alghero è stato proprio questo: se la qualità del prodotto c'è, è tempo di farla uscire e farla conoscere. “Oltreconfine”, che per i sardi storicamente significa già approdare nel continente, ma che si potrebbe ampliare allungando lo sguardo sui mercati globali: sull'Europa certo, ma anche su Usa e Cina.

Sulle difficoltà di approccio a questi mondi non è stata morbida Stevie Kim, coordinatrice di Vinitaly International, che ha rimarcato la necessità di dotarsi degli adeguati strumenti (culturali e tecnologici) per fronteggiare quei contesti transcontinentali nei quali “Sardegna” non vuol dire quasi nulla. Ecco allora che se addirittura il Prosecco Doc - partner dell'evento e caso di studio nel workshop - ha scelto cone claim globale “Italian Genio”, anche cantine e vignaioli di Sardegna possono porre l'enfasi prima sull'Italia, poi sulla Sardegna e solo alla fine sulle specificità della propria azienda.
Una sfida resa più complessa dalla globalizzazione della competizione. Eppure ci sono opportunità da cogliere. «Negli Usa le due coste sono inflazionate, ma potrebbe esser plausibile trovare un distributore in uno degli stati meno battuti - ha rilanciato Kim - E se in Cina oggi sono tre città a fare il mercato, c'è un mondo enorme da conquistare».

Produzione polverizzata, domanda in crescita
Con numeri come quelli della produzione vinicola sarda - dove solo tre aziende raggiungono volumi importanti - la sfida è dunque la nicchia. Qualità e specificità sono le parole d'ordine. Se si pensa che oggi la Sardegna conta 300 aziende imbottigliatrici (contro le 48 degli anni Settanta e le 173 del 2013), per una produzione totale che dalla media di 800mila ettolitri (2016) è crollata a 4480mila ettolitri nel 2017 a causa delle gelate, si comprende come ragionare sui grandi numeri sia un nonsense. «La produzione è polverizzata e si concentra sulla ricerca dell'alta qualità – conferma Dino Addis, presidente di Assoenologi Sardegna – L'isola è un piccolo continente con microclimi tanto diversi da marcare la differenza tra le coltivazioni dello stesso vitigno in due aree diverse. Abbiamo dunque una forte diversificazione di terroir, ciascuno con le proprie specificità».

Allora la spinta - come da sollecitazione dei comunicatori presenti all'evento di Alghero - deve essere orientata alla costruzione di relazioni con importatori e distributori, allo sviluppo di uno storytelling isolano capace di bucare a livello internazionale, al coinvolgimento nell'esperienza di un territorio unico di operatori (con l'incoming professionale) e visitatori (con progetti di enourismo). Per realizzare tutto questo, nel 2018, è necessario accelerare sul fronte del digitale: aggiornando i siti web, integrando informazioni multilingua, utilizzando i social network e... rispondendo alle email con cura e costanza.

D'altra parte la domanda di vino sardo sembra in crescita. «In particolare il vermentino è ricercato – conferma Addis – e con 4300 ettari di produzione la Sardegna è il più grande produttore europeo. La superficie vitata rimane comunque limitata. Dopo gli anni in cui si espiantava in maniera drastica, ora la domanda per nuovi impianti è in crescita, ma con le normative attuali ci vorrà lungo tempo per tornare dagli attuali 27mila ettari vitati agli 80mila degli anni Settanta».
Il perno rimane però la capacità di fare rete. Non è innata negli italiani, nel Dna dei sardi è pure più nascosta. Eppure è strategica e necessaria per posizionare i vini sardi almeno tra quelli riconosciuti come italiani.

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