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Questo articolo è stato pubblicato il 06 maggio 2012 alle ore 08:13.
Non si può andare per microcosmi territoriali senza sentire lamenti e cahiers de doléances contro le banche. Sembra di essere tornati ai tempi del Savonarola, quando i mercanti si fecero banchieri e il denaro si prestava a strozzo facendo peccato. Hanno fiutato l'aria quelli che a palazzo Strozzi hanno messo in scena una mostra sul rinascimento fiorentino dal titolo emblematico "Il denaro e la bellezza”. Mostra che scava nell'antropologia del tempo, leggi suntuarie comprese. Quelle che proibivano l'ostentazione della ricchezza. Indica anche la soluzione territoriale raggiunta, tra chi troppo aveva, i mercanti banchieri, e gli indignati del tempo, il popolo di Savonarola. Che risolto il problema a favore delle banche, sarà bene ricordare in tempi di crisi e degli indignati di Occupy Wall Street, fu bruciato sulla pubblica piazza.
Mi interessa però scavare sulla soluzione dell'altro conflitto, mediato dalla bellezza. I mercanti banchieri che si fecero mecenati dell'arte del tempo, che costruivano chiese, conventi e città, senza cui non avremmo oggi la Primavera di Botticelli agli Uffizi. Sull'onda di quel processo di risarcimento sociale si istituivano le fondazioni caritatevoli e i monti di pietà, che temperarono il costo della merce denaro.
Affondano in questa lunga deriva storica, le nostre “fondazioni di origine bancaria”. Espressione territoriale di quel delicato equilibrio tra banca e territorio che, come vediamo, mai si è definitivamente risolto. Per gli iper liberisti sono un'anomalia della storia. Per chi guarda l'eterna dialettica tra il secondo popolo del territorio e il primo popolo dei mercanti banchieri, un'opportunità. Per fortuna che c'erano, quando con la legge Amato, nel risiko bancario globale, è iniziata la privatizzazione delle banche. Le fondazione bancarie territoriali si sono messe in mezzo. Sono azioniste di riferimento delle prime tre banche del paese. E partecipano all'aggregazione territoriale del sistema, pur continuando ad essere radicate nella “comunità originaria”. Verso cui erogano aiuti per il welfare e interventi per lo sviluppo locale, percependosi, come dice Giuseppe Guzzetti, presidente degli ottantotto enti fondazionari, «soggetti attivi», «banche d'affari del sociale, se c'è bisogno di edilizia sociale per gli immigrati, per gli studenti, gli anziani …».
La loro governance è in mano a un secondo popolo espressione di un notabilato locale, dei poteri locali, delle rappresentanze locali. In questo, sono un pezzo di “società di mezzo” e la Corte Costituzionale, nel 2003, ha riconosciuto loro la natura privata di enti intermedi. Nell'attuale e drammatica transizione subiscono le critiche del primo popolo dei sorvolatori del mondo, che mal sopporta il confrontarsi con la microfisica dei poteri locali, così come di quelle dei nuovi Savonarola che li accusano di essersi spinti troppo oltre, in quel mondo della finanza colpevole della crisi. Rispondono ai primi con la carta delle fondazioni, che rivendica la loro autonomia, anche dalla politica, essendo la partecipazione agli organi delle fondazioni incompatibile con qualsiasi incarico di natura politica. E ai secondi, con i numeri degli interventi territoriali: 408 milioni per la cultura più di 350 per la ricerca, l'educazione e la formazione, 140 per l'assistenza sociale, 175 per la sanità locale, 100 per l'ambiente … In tutto, più di ventisettemila interventi, per un totale di un miliardo e 366 milioni. In tempi di scarsa coesione territoriale, hanno lanciato un intervento nel Mezzogiorno, con cui la storia non è stata generosa di Fondazioni come col centro e col nord del Paese, con la Fondazione con il Sud. Che mobilita, valuta e finanzia interventi delle onlus e delle cooperative sociali, visti come attori economici di uno sviluppo che parte dal capitale sociale. In questi tempi di crisi territoriali, di smantellamento del welfare centrale, mi vien da dire per fortuna che ci sono, le fondazioni.
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