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Questo articolo è stato pubblicato il 09 agosto 2012 alle ore 06:43.

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TARANTO. Dal nostro inviato
Emilio Riva, nel bene e nel male, è un "ragiunatt". Un ragioniere-imprenditore nato con il boom. Un lombardo pratico e duro. Che, adesso, a 86 anni si ritrova ancora agli arresti domiciliari. Con la prospettiva di restarci fino a che un giudice in cassazione o lo stesso Gip, Patrizia Todisco, prenda una decisione diversa. Settimane. Mesi. Se va bene.
Emilio Riva, nel 1975, finì in carcere con l'accusa di omicidio colposo per un incidente sul lavoro. In pochi ricordano che, allora, scelse di fermare l'impianto di Caronno Pertusella, la prima acciaieria di famiglia: «Finché non esco io, la fabbrica resta chiusa e senza lavoro», scandì quella volta. C'è un elemento umano che nella vicenda Ilva viene sottovalutato. La figura dell'imprenditore. Con il suo profilo personale e le caratteristiche psicologiche e culturali del mondo a cui appartiene. Emilio Riva non è il chairman di una public company quotata alla City di Londra. E non fa nemmeno parte di quella cultura di impresa che, nel Novecento, ha provato in Italia e all'estero a coltivare dimensioni sociali e umanistiche. Non è un benefattore economico alla Steiner. Ma nemmeno un criminale o un misantropo. È un imprenditore insieme elementare e complesso, di sicuro ruvido e di buon senso. Ancora titolare dei diritti di proprietà sulla fabbrica, che è sottoposta a sequestro ma che resta sua. Sua. Dunque, nella sua piena disponibilità: potrebbe pensare di vendere a operatori stranieri una fabbrica per cui peraltro si pone anche una questione di managerialità, dato che l'intera prima linea operativa è adesso decapitata. Tra il 2006 e il 2007 due investitori russi formularono una offerta per l'Ilva. Riva chiese 30 miliardi di euro. L'accordo non fu trovato.
Oggi questa opzione è puramente teorica. Il momento di mercato e soprattutto il problema giudiziario rendono l'Ilva un asset di cui è difficile fissare un valore che non sia ridicolmente basso. Ma tant'è. Oppure, sempre sulla carta, Riva potrebbe pensare di interrompere l'attività, chiudere lo stabilimento e mettere in mobilità 12mila dipendenti. Naturalmente Emilio Riva ha anche il sangue freddo che spetta a uno dei fondatori del capitalismo privato italiano. All'emotività, che non può non caratterizzare la galera in casa (senza contatti con l'esterno, tranne l'avvocato difensore) e la dimensione psicologica dei figli e dei nipoti (turbati e divisi), si associa la razionalità strumentale e la freddezza di chi sulla scena dell'industria e degli affari si è imposto, mentre tutti gli altri fallivano. Sì, perché la vicenda di Emilio Riva va inserita nella complessa storia della siderurgia italiana, che nel dopoguerra ha visto cambiare gli equilibri dei 150 anni precedenti.
Per otto anni lavora sotto padrone con Umberto Colombo, un imprenditore che è nato nel 1880. Diventa suo socio. Nel 1954 fonda la ditta con il fratello Adriano. Il 7 marzo del 1957 entra in funzione il primo stabilimento con forno elettrico, appunto a Caronno Pertusella, in provincia di Varese. Con il commercio dei rottami ferrosi inizia la sua competizione contro i protagonisti storici dell'acciaio italiano. I vecchi baroni della siderurgia. Pubblica e privata. I Falck e gli Orlando. I grandi gruppi privati. Ma anche l'agglomerato pubblico, inchiavardato intorno alle attività create nell'Iri da Oscar Sinigaglia. Lo fa da outsider. Con una organizzazione industriale, compatibilmente con gli standard del settore, la più piccola e la più snella possibile e con la capacità di tenere basse le spese per la produzione, tirando al massimo i costi. E, fin da allora, una grande abilità commerciale: «Mai vendere sotto costo il tuo acciaio», una linea aziendale inaugurata allora e mantenuta negli anni tanto che nel 2002, per la caduta della domanda internazionale, i piazzali di Taranto si sarebbero riempiti di tre milioni di tonnellate di acciaio, una presenza anomala che suscitò l'interesse dei satelliti dei servizi di sicurezza italiani. Fin dagli anni Cinquanta e Sessanta un new comer nel mondo degli affari, che però ha una sua precisa identità familiare, molto lombarda.
Lui si considera un milanese di Piazza San Marco. Un suo prozio, monsignor Alessandro Rossi (in casa Riva chiamato "Don Lisander"), era economo della Curia ed era stato uno dei fondatori del Banco Ambrosiano. Riva, dunque, ha una doppia dimensione: all'inizio homo novus e poi membro dell'establishment. Da allora Riva ha sempre rilevato aziende in difficoltà. Nel 1964 una serie di concorrenti falliti e finiti all'asta. Nel 1975 alcuni siti della Valcamonica. Nel 1986, ai primi segnali del tracollo dell'economia pubblica, l'ingresso nel capitale della Italsider. Quindi, la privatizzazione del 1995. E la sua doppia dimensione resta anche nel rapporto con il resto della business community: tiene sempre un profilo basso, ma non si tira indietro quando il governo Berlusconi gli chiede di partecipare all'operazione Alitalia (120 milioni di euro investiti in Cai). Emilio Riva è un padrone del capitalismo italiano del Novecento, cultura e mentalità lombarda. Ora è ai domiciliari nella sua casa di Malnate, antico feudo dei Visconti. La "sua" fabbrica, ancora sequestrata, è a Taranto.
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