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Questo articolo è stato pubblicato il 17 ottobre 2012 alle ore 14:40.

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Il prossimo governatore siciliano che uscirà dal voto del 28 ottobre avrà da gestire quella che è la più grande delle emergenze: dare un futuro ai giovani. Come emerge da alcuni dati drammatici: tra il terzo trimestre del 2008 e il secondo trimestre del 2011 il tasso di occupazione tra i diplomati con un'età tra i 20 e i 24 anni in Sicilia è stato del 20,9% e tra i laureati, tra i 25 e i 34 anni, è stato del 49,3 per cento. In entrambi i casi si tratta di valori inferiori sia al Mezzogiorno che alla media nazionale.

E poi: nello stesso periodo il 31,7% dei giovani laureati in regione non lavorava né svolgeva un'attività di studio o formazione, rientrando così nella tipologia denominata con l'acronimo inglese Neet (Not in education, employment or training). Tra i giovani diplomati, nello stesso periodo, la percentuale di Neet era pari al 31,1 per cento. L'incidenza del fenomeno tra i diplomati di istituto professionale o tecnico superava il 40 per cento. L'analisi è della Banca d'Italia e risale a giugno ma se vogliamo, nel frattempo, le cose sono pure peggiorate. Come può testimoniare l'analisi di Ivan Lo Bello, vicepresidente di Confindustria con delega all'educational: «La spesa per la scuola rispetto al Pil regionale è tra le più alte in Sicilia: siamo attorno al 6% a fronte di un 2% della Lombardia. Eppure i risultati sono deludenti. Il fenomeno dell'abbandono scolastico è particolarmente eclatante nell'isola: coinvolge più di un quarto degli studenti e l'Europa ci ha dato l'obiettivo di ridurre l'abbandono al 10% entro il 2020». L'abbandono come segno di sfiducia che si somma a quei Neet di cui si diceva considerando che la disoccupazione nell'isola è arrivata a quota 19,4% secondo la rilevazione Istat del secondo trimestre 2012 e basti solo pensare che nello stesso periodo del 2011 era ferma al 14,3 per cento. «La Sicilia – dice Lo Bello – è una madre che genera, educa e non sa tenere i suoi figli. È una fredda esportatrice di capitale umano». Che fare? «Rispondo parafrasando le parole di don Pino Puglisi: ognuno deve fare qualcosa insieme agli altri».

È nella prospettiva dei giovani che bisogna dunque mettersi provando a ragionare al futuro. Anche perché il presente e il passato ci regalano solo segnali negativi. Si prenda, per esempio, l'industria: serve una scelta precisa come può essere quella dell'agroindustria, considerato che la Sicilia è una delle prime regioni italiane per produzione agroalimentare, oppure seguendo le vocazioni di quelli che l'economista Elita Schillaci ha definito «territori imprenditoriali» e che ha fatto avviare ai giovani di Confindustria Catania guidati da Antonio Perdichizzi l'iniziativa di ImprendiCatania poi diffusa su tutto il territorio nazionale. Secondo l'analisi fatta dal direttore di Confindustria Sicilia Giovanni Catalano (l'ultima disponibile) tra il 2008 e il 2010 il valore aggiunto del settore industriale in senso stretto è diminuito del 15,3% a fronte di una diminuzione del 14,1% del Centro-nord e di una flessione del 17,3% del Mezzogiorno. Ecco perché alla Sicilia serve un disegno preciso che magari punti sulle start up, sugli incubatori di impresa, sui settori innovativi come la meccatronica che con il suo distretto regionale vuole decollare ma non riesce a ottenere i finanziamenti promessi dalla Regione. Ed è proprio qui il nodo: non ci sono più soldi e il Patto di stabilità impone vincoli che presto, secondo alcune analisi, potrebbero diventare insuperabili. «La verità – dice l'assessore all'Economia Gaetano Armao – è che la Sicilia ha vissuto per oltre un decennio al di sopra delle proprie possibilità, spingendo gli stanziamenti di spesa corrente nel 2008 sino a 20 miliardi dai 15 miliardi del 2001. Dal 2009 abbiamo avviato un'azione di contenimento della spesa che ha riportato quest'anno la spesa corrente ai livelli raggiunti all'inizio degli anni 2000».

Ci sono, comunque, alcuni fattori che non lasciano presagire nulla di buono per la Sicilia e che la campagna elettorale in corso sta evitando di affrontare. La prima questione è quella che riguarda i vincoli del Patto di stabilità: dai 5,2 miliardi di pagamenti possibili di quest'anno si arriverà a 4,6 miliardi nel 2014. Al netto di stipendi, pensioni e fondi per la restituzione del debito, le risorse disponibili si ridurranno a 1,8 miliardi e in pratica resterà ben poco per gli investimenti. E poi, sulla base dei provvedimenti nazionali i tagli al bilancio 2012 della regione sono stati 1,352 miliardi, quelli al bilancio 2013 saranno di 1,707 miliardi e nel 2014 vi saranno tagli per 1,831 miliardi. Ma non basta perché sempre nel 2014, secondo i tecnici, avrà i primi effetti la riforma dettata dalla legge costituzionale 1/2012 che cambia gli articoli 81 e 119 della Costituzione prevedendo l'obbligo costituzionale della parità di bilancio e la partecipazione a tale obbligo degli enti territoriali. Il calcolo del debito non si potrà dunque più fare solo sulla Regione (che oggi ha debiti per 5,6 miliardi senza tenere conto dei problemi legati alla gestione dei residui attivi e passivi) ma considerando tutti gli enti pubblici o collegati: sarà una sorta di bilancio consolidato che porta il cumulo dei debiti nella regione (secondo calcoli di oggi) a 18 miliardi. E in queste condizioni all'orizzonte si prefigura la possibilità che la Regione non abbia risorse per pagare gli stipendi. Di fatto si ritroverebbe in default. Senza considerare che, una volta entrato in vigore il nuovo articolo 119, non sarà più possibile l'indebitamento per investimenti.

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