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Questo articolo è stato pubblicato il 28 novembre 2012 alle ore 17:06.

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Dispiace leggere che Berlino ha superato Roma tra le città più visitate d'Europa. Che mentre si allarga lo spread tra Bund e Btp, si restringe, a nostro svantaggio, quello relativo alla capacità di attrarre e accogliere turisti da tutto il mondo. Tanto più in relazione a una città come Roma, vera e propria caput mundi del patrimonio storico-artistico. È un dato che si può contestare, questo, come hanno fatto in molti nei palazzi della politica capitolina. Io credo, invece, che vada interpretato come uno fra i tanti segnali che ci raccontano come stanno cambiando la domanda e l'offerta di cultura nel mondo. Un sistema che a livello nazionale, come racconta il rapporto "L'Italia che verrà" recentemente presentato da Symbola, vale circa 76 miliardi di euro (il 5,4% del valore aggiunto totale) e 1 milione e 390mila occupati (il 5,6%). Ancor più pesa nel Lazio, dove il sistema culturale è pari al 6,8% dell'economia regionale, dato superiore a quello di qualunque altra regione, e conta ben 51mila imprese che vi operano (l'11,6% di tutte le imprese culturali italiane). E ancor più pesa a Roma, in cui è localizzato l'84% di tali realtà.

Non è ai dati aggregati, tuttavia, che si deve guardare, se si vuole provare a capire cosa non torna. Ad esempio, occorre chiedersi perché negli ultimi dieci anni le presenze turistiche sono aumentate del 65,2% a Berlino, del 58,2% a Weimar, del 48,3% a Manchester, del 25,9% a Siviglia, tutte città che hanno investito sulla produzione culturale e sull'eventologia. E solo del 7,8% a Roma, del 3,7% a Parigi, dello 0,3% a Firenze. O perché, già nel 2008, il reddito pro-capite di Bilbao aveva superato quello di Venezia. Segnali questi di una valorizzazione della contemporaneità fatta di eventi, esperienze, community che conta sempre di più e di un patrimonio storico-artistico che invece, in quanto tale, produce sempre meno valore aggiunto (-9,4% dal 2007 al 2011 a livello nazionale). Roma ci aveva provato, negli ultimi dieci anni, con quel mix di rappresentazione e produzione culturale che ci eravamo abituati a chiamare "modello romano" e che ne aveva fatto la sede di grandi eventi e di grandi segni architettonici come l'auditorium di Renzo Piano, il Maxxi di Zaha Hadid o la Nuvola di Fuksas. Di tale stagione, tuttavia, non rimangono che i segni, tracce di una modernizzazione incompiuta proprio a causa della sua incapacità di accompagnare la città, e soprattutto i suoi giovani lavoratori della conoscenza, verso un nuovo modello di sviluppo fatto di produzione e rappresentazione culturale.

Non è un caso, peraltro, che anche l'export culturale laziale e romano segni il passo, passando dal 6,4% del 2007 al 4,3% del 2011 sul totale nazionale, dalla quattordicesima alla penultima posizione. O che tra le prime dodici città europee per numero di start up insediate vi siano, oltre a Londra, Parigi e Berlino, Mosca, Stoccolma, Istanbul, Amburgo, Dublino e Madrid, ma non Roma (né Milano, peraltro).

Il peso della politica, l'inefficacia delle reti, la mancanza di spazi, il costo della vita, mondi professionali chiusi ed autoreferenziali - e l'elenco del cahier de doleance potrebbe continuare ancora - concorrono a definire l'immagine di una città che i suoi stessi giovani "creativi" valutano poco innovativa, ben poco interessata a promuovere il mondo del lavoro culturale diffuso. Non che Roma non abbia potenzialità per poter competere nel nuovo paradigma dell'industria culturale e creativa mondiale, al contrario. Roma ha potenzialità di attrazione e giacimenti di risorse culturali ancora da estrarre: quel che manca semmai è l'infrastruttura civile principale necessaria alla loro emersione e al loro consolidamento.

In poche parole, un mercato aperto e contendibile che trasformi le rendite di posizione in opportunità.

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