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Questo articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2013 alle ore 13:52.

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Era già tutto pronto. Il Dragon Mart Cancun, un mega centro espositivo per i prodotti fatti in Cina doveva essere realizzato lì, a poche centinaia di metri dalle spiagge del Golfo del Messico: un progetto da 180 milioni di dollari, 550 ettari di superficie, 722 appartamenti per manager e imprenditori asiatici, 3mila vetrine dove mettere giocattoli, elettronica di consumo, materiale da costruzione e ogni altro prodotto in arrivo dalle fabbriche cinesi. Gli inviati di Chinamex, un'iniziativa del ministero del Commercio di Pechino, e i loro partner messicani pensavano di aver convinto tutti, o quantomeno di non aver spaventato nessuno, nemmeno gli ambientalisti e gli hotel, preoccupati per la salvaguardia del paesaggio caraibico.

E invece il progetto non va avanti, i permessi necessari per realizzare il grande centro espositivo - modellato su quello già in funzione con successo a Dubai - non arrivano. A mettersi di traverso sono state le imprese messicane che vedono nella Cina un concorrente diretto verso il loro mercato di riferimento, quello americano. E che non possono accettare di vedere la concorrenza arrivare addirittura in casa loro: «Non vediamo che ricadute positive possa aver un progetto come il Dragon Mart a Cancun. Non possiamo diventare una colonia cinese», dicono le associazioni degli industriali della regione. «Ci sono molti dubbi, i promotori dell'expo non sono riusciti a convincere la comunità locale», spiega il sindaco di Cancun Julian Ricalde.

Le imprese messicane hanno ingaggiato con la Cina una dura battaglia commerciale e legale da quando Pechino è entrata nella Wto nel 2001: l'ultimo ricorso è del 2012 e riguarda sussidi illeciti che Pechino distribuirebbe alle proprie aziende tessili permettendo loro di tagliare i prezzi.

Al contrario di Paesi come Brasile, Argentina e anche Venezuela, che sono riusciti a sfruttare la domanda cinese di petrolio, ferro e soia, il Messico ha puntato quasi tutto sul Nafta, il patto di libero scambio con Stati Uniti e Canada firmato nel 1994, modellando la sua struttura economica sulla produzione manifatturiera a low cost, degenerata nel sistema delle maquiladoras, assemblatori per il mercato americano senza valore aggiunto. È questa scelta che ha reso il Messico in diretta competizione con l'imbattibile produzione manifatturiera della Cina.

Lo stop di Cancun è tuttavia il segnale di una ritrovata forza delle imprese messicane, che negli ultimi dieci anni hanno recuperato posizioni sul mercato americano nei confronti della Cina, soprattutto a causa dell'aumento dei salari nel Paese asiatico e dei costi di trasporto a livello globale. Secondo i dati di Hsbc, nel 2001 i salari nelle imprese messicane valevano quasi quattro volte quelli cinesi mentre nel 2011 la differenza è di appena il 30 per cento. E il margine viene quasi del tutto azzerato se si considerano anche i costi logistici che sono a tutto vantaggio delle imprese messicane. «Un frigorifero prodotto in Messico costa oggi negli Usa un 10% in meno di uno realizzato in Cina», afferma Bruno Ferrari, 50 anni, segretario all'Economia del Messico.

La Cina resta ancora avanti come «fabbrica» per il mercato americano ma per la prima volta da dieci anni il Messico è diventato un competitor credibile: il dipartimento del Commercio di Washington calcola che nel 2012 i prodotti in arrivo dalla Cina hanno raggiunto il 17,9% del totale delle importazioni americane contro il 12,3% di prodotti messicani. E fissa il 2018 come l'anno del sorpasso: con l'import americano dalla Cina pari al 15,8% sotto il 16% di quota messicana.

L'export dal Messico ha raggiunto in dicembre il massimo storico mensile con 26,1 miliardi di dollari: grazie alla maggiore domanda dagli Usa (che coprono l'80% delle vendite oltreconfine messicane) e «a riprova della ritrovata competitività», come spiega Alberto Ramos, di Goldman Sachs. Per l'economia messicana - che ha siglato anche significativi accordi con l'Europa per il sostegno alle piccole e medie imprese - è una rivoluzione che coinvolge anche settori strategici e ad alto contenuto di tecnologia: la produzione aerospaziale, di computer. Gli elettrodomestici, le automobili. Oltre un quarto delle macchine vendute negli Usa vengono dal Messico, diventato il quinto produttore mondiale: si fa a Toluca la Fiat 500, la giapponese Nissan produrrà a Cuernavaca i nuovi taxi gialli di New York. E Volkswagen ha appena deciso di spostare a Puebla la produzione del suo modello più venduto, la Golf: «Considerato il livello delle infrastrutture, la struttura ormai molto competitiva dei costi e gli accordi doganali, il Messico è la scelta ideale per produrre la nuova Golf e sfondare sul mercato nordamericano», dice Hubert Waltl, capo della produzione VW.

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