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Questo articolo è stato pubblicato il 26 marzo 2013 alle ore 08:47.

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MILANO - L'Italia innova più di Spagna e Portogallo (e da qualche anno sembra accontentarsene). Ma nel complesso meno di Estonia, Cipro e Slovenia. Per innovazione, ricerca, brevetti e dottorandi restiamo inchiodati al 16° posto, con indicatori ampiamente al di sotto della media Ue e battuti da tutti i big continentali.

L'Innovation Union Scoreboard 2013 – la nuova classifica sullo stato dell'innovazione nei 27 Paesi della Ue, elaborata dalla Direzione generale per le Imprese e l'Industria della Commissione europea – fotografa un quadro sostanzialmente invariato nonostante la crisi economica. Anzi, se rispetto alla precedente indagine 2011, c'è stato un complessivo miglioramento delle performance nella Ue (con la Germania promossa da Paese sostenitore dell'innovazione a vero e proprio leader), in termini di "classifica" è cambiato poco o nulla. Insomma, nel 2012, chi era un paese leader nell'innovazione lo è rimasto e chi arrancava non è riuscito a colmare il gap dal "blocco" dei paesi che lo precedono. Nel complesso, l'Europa migliora la sua performance. Ma ci battono Usa, Giappone e Sud Corea.
Scopo del rapporto, che analizza 25 indicatori (da spese di ricerca, brevetti depositati, scienziati e ricercatori occupati, pubblicazioni scientifiche, collaborazioni tra imprese e altri indicatori del processo d'innovazione), non è individuare i buoni e i cattivi, ma ottenere un riscontro sull'efficacia delle iniziative prese per raggiungere gli obiettivi di innovazione e competitività di "Europa 2020", tra punti di forza e debolezze.

E come si colloca il sistema-Italia? Prima tra i "moderatamente innovatori" precede gli altri tre Paesi mediterranei a causa del ritardo negli investimenti per la modernizzazione dei settori pubblico ed industriale, in particolare quello ad alto contenuto tecnologico, e l'insufficiente percentuale di Pil investita in ricerca e sviluppo (mentre Roma è ferma all'1,3% sul Pil, la media Ue è al 2% mentre i leader d'innovazione sono già al 3 per cento).
L'Italia appare forte nella disponibilità di capitale umano e innovatori, ma debole nel sistema imprenditoriale che li valorizza. Crescono i dottori di ricerca (+7,5%) e la percentuale di studenti extra Ue che sceglie il Paese come meta di dottorato (+16%) anche se la popolazione italiana con un livello di "educazione terziaria" resta attorno al 12% contro una media Ue superiore di almeno 10 punti. Gli italiani vantano anche un incremento di pubblicazioni scientifiche internazionali (+5,2%), grazie soprattutto ai "cervelli in fuga". Ma decresce il patrimonio intellettuale (ovvero il deposito di marchi Ue e brevetti). Interessante anche il dato delle imprese che debuttano in mercati per loro del tutto nuovi (+13 per cento).

Tuttavia, sono il sistema imprenditoriale, quello finanziario e quello pubblico che sembrano non riuscire a sostenere gli investimenti, a coordinarsi e a scommettere: venture capital calato dell'8,2% e spese in innovazione non R&D falcidiate di quasi il 15%, così come il livello di occupazione per profili ad alto valore aggiunto (-0,4 ).
«I risultati di quest'anno – ha spiegato il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani – mostrano come la crisi, in alcuni Paesi, ha avuto un impatto negativo proprio sulle attività di innovazione. Ma ci dice anche quanto sia cruciale investire in ricerca e innovare per mantenere la competitività in Europa, incoraggiando soprattutto le Pmi».
Per Máire Geoghegan-Quinn, commissario Ue per la Ricerca e l'Innovazione, «l'Europa ha fatto progressi importanti varando il brevetto unico europeo e le regole sui fondi di venture capital. Ma il tema dell'innovazione dovrebbe essere al centro delle agende politiche dei governi di tuti i Paesi membri».

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