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Questo articolo è stato pubblicato il 21 maggio 2013 alle ore 06:48.

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Il vino e l'ebbrezza della crescita. Anche i primi mesi dell'anno confermano la corsa del vino italiano sui mercati internazionali. I dati Istat si fermano a gennaio: +10% in quantità e +28% a valore a 350 milioni. Partenza col botto anche negli Usa: nel primo trimestre – secondo l'Italian Wine & Food Institute – i volumi sarebbero cresciuti del 5,5% e il valore del 9,6% a 281 milioni di dollari. Quindi, recupero di quantità e prezzi che permette all'Italia di mantenere il primato del valore, con il 32% della quota di mercato, tra i Paesi importatori. Dati parziali e un po' troppo ottimistici? Forse no. Una sostanziale conferma arriva dal sito specializzato www.winenews.it, tra i più cliccati del vino italiano: da un sondaggio condotto tra 25 delle società enologiche più importanti per storia, immagine e per volume d'affari (complessivamente 1,5 miliardi di euro, il 15% del fatturato complessivo del vino italiano) emerge che, nei primi 5 mesi dell'anno, l'80% delle cantine ha messo a segno una crescita media delle vendite del 19%. «La crescita – osserva Alessandro Regoli, direttore del sito – è realizzata soprattutto nei mercati maturi, come negli Usa e in Canada, senza trascurare quelli nuovi come Brasile, Russia e Cina».

L'anno scorso il vino italiano ha stabilito il record storico con un valore all'export di 4,7 miliardi, +6,5%, e un volume di 21,2 milioni di ettolitri, -8,8%, ma con una crescita del valore medio del 16,7 per cento. Il che vuol dire che nel 2012 abbiamo venduto di meno, ma a prezzi più sostenuti. La volata è stata tirata soprattutto dagli spumanti (+13,8% in valore) mentre cali si sono avuti nello sfuso. Sulle destinazioni il Nord America ha assorbito oltre un quarto dell'export, ma segni di vivacità sono arrivati da Singapore, +13,2%, Cina, +15%, Corea del Sud, +28,8%, Giappone, +27,7%, e Hong Kong, +13 per cento.

«Il trend all'estero rimane positivo – conferma Domenico Zonin, presidente dell'Unione italiana vini – anche se non sappiamo ancora come abbiano reagito i mercati dopo gli aumenti di listino di marzo, imposti dall'aumento delle materie prime. In particolare per i vini rossi e bianchi da tavola». Zonin sottolinea che la crescita del made in Italy è trainata ancora dal Prosecco «che oramai tende a consolidare il dato del 10% della produzione italiana concentrata in un'unica Doc. Soffrono un po' invece gli altri vini, come i toscani, al momento meno di moda».

Sul mercato domestico continua invece il calo della domanda generata sia dal calo dei consumi che dalla crisi economica. «La prima tende a stabilizzarsi – aggiunge Zonin –, ma della crisi non si vede l'uscita dal tunnel. Tengono meglio le aziende che esportano almeno il 50% del fatturato».

«Per fortuna l'export non ha perso smalto – esordisce Maurizio Zanella, presidente del consorzio del Franciacorta – perchè sul mercato interno, dopo il boom del 2012 (+25% ndr), quest'anno potremmo anche chiudere con un segno meno. Nella media la Franciacorta esporta poco meno del 10% dei 269 milioni di ricavi ma vogliamo arrivare al 50%: abbiamo un programma di penetrazione sui principali mercati esteri, dagli Usa al Giappone, che assorbirà fino a 400mila euro d'investimenti all'anno solo in promozione». E la produzione disponibile? «Oggi offriamo 13 milioni di bottiglie – spiega Zanella – e ci potremmo strutturare per arrivare a 27 milioni. Al massimo fino a 30 milioni. Ecco, questo sarà un tetto invalicabile in futuro».

Tutto ok anche da Montalcino. «La domanda estera rimane vivace – assicura Fabrizio Bindocci, presidente del Consorzio del Brunello – in particolare negli Stati Uniti, che assorbe il 25%, cioè 2,25 milioni di bottiglie, del Brunello. Il doppio rispetto a 5 anni fa. E stando alle stime di Vinexpo e Iswr, fino al 2016 il mercato americano dovrebbe aumentare i consumi del 13 per cento. Con in testa i vini di fascia alta, quelli cioè sopra i 10 dollari». Ma sono in netto recupero anche «Germania e Regno Unito – aggiunge Bindocci – in rallentamento da qualche anno». Inutile nascondere le difficoltà della ristorazione italiana «anche se i problemi – conclude Bindocci – sono imputabili più alle difficoltà d'incasso che di vendita. Poi l'articolo 62 (regola i pagamenti commerciali, ndr) ha complicato tutto, scoraggiando i ristoranti ad approvvigionarsi».

L'ottimismo degli esportatori italiani contrasta con il pessimismo, sui volumi, espresso da Assoenologi. «La vendemmia scarsa – osserva il dg Giuseppe Martelli – ha fatto scattare gli acquisti anticipati per dribblare gli aumenti, poi le vendite natalizie non esaltanti hanno alzato gli stock con un rallentamento dei nuovi ordini, già frenati dalla crisi economica». Insomma in attesa dei dati di lungo periodo forniti da Istat le uniche certezze le abbiamo sul mercato interno: secondo le rilevazioni Iri, nel primo quadrimestre dell'anno le vendite del vino confezionato nella grande distribuzione hanno registrato una crescita a valore di quasi il 2% a fronte però di uno scivolone dell'8% a volume. Insomma i produttori hanno salvato i conti grazie a un ritocco medio del listino del 10,7%. «La scarsità dell'ultima vendemmia – osserva Giancarlo Gramatica, consulente di Iri – ha favorito un consistente ritocco dei prezzi che si sono scaricati, in particolare, sui prodotti a basso valore, come quelli in brik (+21%) e nella plastica (+18%)». In crescita inoltre l'effetto clessidra che penalizza i prodotti di fascia intermedia.

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