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Questo articolo è stato pubblicato il 26 dicembre 2013 alle ore 10:19.
L'ultima modifica è del 26 dicembre 2013 alle ore 10:26.

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«Welcome expats». Benvenuti, stranieri. Dubai, la metropoli del Golfo con quasi 2 milioni di abitanti e uno skyline che include 20 dei 100 grattacieli più alti al mondo, continua ad attrarre investitori. L'Italia non fa eccezione. Basterebbero le tre linee quotidiane riservate da un colosso come Fly Emirates allo scalo di Malpensa per dire come e quanto l'Emirato stia saldando i ponti con Milano e il resto dell'Eurozona.

I presupposti per piacere ci sono tutti: fisco leggero, grossi movimenti di capitali, investimenti a getto continuo nell'immobiliare. Il target? Soprattutto gli imprenditori, attratti da business in crescita e joint venture con le società locali. Ma anche neolaureati, professionisti, ingegneri... Ma che significa investire a Dubai? Ecco i luoghi comuni da sfatare.

1.Dubai è un paradiso fiscale come le Cayman
Non proprio, o non del tutto. Il Dubai Tax Income Decree, firmato nel 1969, non prevede quasi nessuna forma di tassazione sui residenti. Niente imposte su persone fisiche o redditi finanziari, niente Iva, niente ritenute. Non è prevista neppure l'imposta sul reddito societario. Le uniche forme di prelievo fiscale sono esercitate sulle grosse compagnie petrolifere e bancarie internazionali. I colossi dell'oro nero pagano aliquote stabilite nel contratto di concessione e royalty specifiche a seconda dei volumi di produzione. Le filiali degli istituti di credito scontano una tassa del 20% sui profitti. Da parte loro, i "locals" sono tenuti a versare solo una tassa sugli immobili sfruttati a fini residenziali e commerciali, come hotel o residence. L'importo dipende da grado e qualifiche: dirigenti e quadri scontano un'aliquota del 5%, gli impiegati più giovani e i neoassunti si limitano a un contributo annuo di circa 60 euro. I dazi doganali esistono, ma sono aggirabili con la registrazione in una delle free-zone della città: le "zone franche" senza restrizioni su trasferimento dei profitti e rimpatrio dei capitali. Le società straniere possono registrarsi per 15 anni, con possibile rinnovo di altri 15.

2Dubai è di nuovo a rischio bolla immobiliare
A Dubai, i cantieri sono ovunque: nel circuito avveniristico della New town, a due passi dagli 830 metri di altezza del Burj Khalifa, nei quartieri popolati da indiani e pakistani. Si sta gonfiando una nuova bolla immobiliare, dopo il default sfiorato nel 2008? Le autorità assicurano di no. E puntano sull'Expo 2020 come testimonianza della solidità dell'emirato. Il ministro dell'Economia Al Mansoori, intervistato dai media locali sulla "psicosi da bolla" in circolazione, ha dichiarato che l'esposizione universale potrebbe portare fino a 25 milioni di visitatori. Con un rimbalzo per acquisti e visibilità del real estate. Nel frattempo si conferma il fascino del mercato delle abitazioni di lusso: il Knight Frank Global Forecast prevede una crescita tra il 10 e il 15%, prima performance su scala globale.

3.È obbligatoria la joint-venture con partner locali
Per aprire una società bisogna iscriversi al registro e attendere il via libera delle autorità. Sulla carta è necessaria una joint-venture sbilanciata a favore dei "locals", con una quota di partecipazione dei partner emiratini equivalente o superiore al 51%. Di fatto esistono due alternative. In primis, operare con una filiale. La sede di Dubai resterà al 100% di proprietà della società madre, sia pure con l'appoggio di uno sponsor emiratino. La seconda scappatoia, del tutto legale, sono le "free zone": aree individuate dal governo dove le società straniere possono operare senza spartizioni di capitale con soci locali. Un tempo le liste d'attesa non superavano il mese. Oggi con il boom di aziende interessate agli Emirati, le pratiche possono richiedere più di 90 giorni.

4. Ricchezza distribuita e pari opportunità per tutti
«Puoi vivere qui da 25 anni senza aver mai ottenuto, o addirittura chiesto, la cittadinanza». Ce lo fa notare un italiano, trapiantato a Dubai da più di un decennio. La prassi, per la quasi totalità dei residenti, è rinnovare il visto a cadenza triennale. Ma gli intralci nell'integrazione formale sono solo una delle falle nel sistema "costituzionale" di Dubai. Le virgolette sono dovute, in una monarchia assoluta dove i 200mila emiratini, il 10% della popolazione, ha fondato i suoi ritmi di sviluppo sul 90% di residenti stranieri. Un bacino di manodopera a prezzo stracciato, con tabelle di marcia che prevedono anche 26 giorni su 30 in cantiere per stipendi di 180 euro mensili. Niente a che a vedere con i patrimoni stellari degli sceicchi, quanto basta per sostentare le famiglie d'origine in Pakistan, India, Nepal o Filippine.

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