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Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2014 alle ore 14:55.
L'ultima modifica è del 31 agosto 2014 alle ore 15:45.

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Non ci sono elementi per parlare di un ingresso dell'economia italiana in un regime deflazionistico, ma non possiamo neanche permetterci di attenuare l'attenzione sui problemi di crescita dell'economia italiana, né sui suoi forti squilibri sociali. È il punto di vista del nuovo presidente dell'Istat. Giorgio Alleva, 59 anni, ordinario di statistica all'università la Sapienza di Roma, crede molto alla necessità del superamento della logica proprietaria dei dati pubblici, per favorirne la circolarità.

E in questa, che è la sua prima intervista, spiega anche che non è il caso di attendersi "aiutini" ai conti pubblici dal processo di ricalcolo del Pil deciso per adeguarsi al nuovo sistema Sec 2010.

Partiamo dalla questione- deflazione: tutti sono rimasti molto impressionati dal parallelo, purtroppo sfavorevole, con la fine degli anni 50, altro momento di prezzi sotto lo zero. Cosa c'è dietro all'attuale discesa dei prezzi?
È un parallelo che riguarda contesti molto differenti. Quello era un momento deflazionistico in una fase di crescita; ora avremmo, qualora si realizzasse, una deflazione in una fase di recessione. Ma ci sono degli aspetti peculiari della situazione attuale che meritano di essere evidenziati.

Quali?
Abbiamo registrato per la prima volta dal '59 una flessione dell'indicatore dei prezzi al consumo dello 0,1% rispetto all'anno precedente. Ma al netto dei prodotti energetici la variazione dei prezzi in agosto è positiva: l'inflazione è dello 0,4%, in aumento rispetto al più 0,3% del mese precedente. Dunque, l'elemento nuovo della dinamica in discesa dei prezzi al consumo è interamente spiegato dalla riduzione dei prezzi energetici. La core inflation che esclude nel calcolo energia e prodotti alimentari non lavorati, come la frutta e gli ortaggi, è positiva. Inoltre, se si considerano le dodici divisioni di spesa che compongono il paniere, solo tre di esse registrano nell'ultimo anno una riduzione dei prezzi: i beni alimentari, le spese per l'abitazione e i servizi di comunicazione. Con una classificazione più dettagliata cioè con seicento indici di prodotto, abbiamo il 27% degli indicatori che registrano prezzi in diminuzione. Questa quota, pari a circa un quarto dei beni considerati, nel 2013 era del 15% e si è innalzata in tutto il 2014. Infine, i dati relativi alla contabilità nazionale ci dicono che esiste una tendenza alla riduzione dei costi variabili derivante soprattutto dalla caduta dei prezzi sui mercati internazionali.

Cosa dobbiamo dedurne?
Che non esistono gli elementi per parlare di ingresso in un regime deflazionistico dell'Italia. Solo l'eventuale persistenza di un fenomeno del genere potrebbe consentirci di discutere dei rischi collegati a un regime di deflazione.

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