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Questo articolo è stato pubblicato il 27 novembre 2014 alle ore 08:27.
L'ultima modifica è del 27 novembre 2014 alle ore 09:21.

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Hanno pagato un prezzo pesante alla crisi. E, soprattutto, non sono ancora fuori pericolo. Alle pmi piemontesi Cerved dedica un focus, centrato sui temi del rischio di credito e dei nuovi strumenti finanziari. Il quadro che viene fuori non lascia dubbi: tra i problemi principali delle pmi piemontesi - circa 10mila, con 300mila addetti e 63 miliardi di fatturato - il crollo della redditività e un approccio ancora troppo timido rispetto ai nuovi strumenti finanziari come i mini bond e i project bond. In compenso però, sottolineano i ricercatori Cerved, in Piemonte, più che in Italia, sono diminuiti i crediti problematici. «Questo ci fa prevedere - sottolinea Guido Romano responsabile Studi economici del Cerved - che le aziende piemontesi registreranno miglioramenti dal 2016, reagiranno in sostanza prima e meglio della media delle pmi italiane».

Nel periodo considerato - gli anni tra il 2007 e il 2013 - la crisi, definita una “tempesta perfetta”, ha fatto da detonatore spazzando via le imprese più fragili: il 20% cento delle pmi è stato interessato da fallimenti, procedure di crisi e processi volontari di liquidazione. «In compenso - aggiunge Romano - abbiamo stimato in 2.500 il bacino di pmi che sarebbero finanziabili con strumenti come i bond, 200 di queste in Piemonte». Regione che, a differenza di Veneto e Lombardia, ha però ha registrato soltanto due emissioni per un totale di 16 milioni di euro. Tra queste mosche bianche, il caso della Sigit, impresa dell'automotive che ha già emesso un bond da 6 milioni di euro ed è alle prese con una seconda tranche.

«Uno dei temi fondamentali - sottolinea Dario Gallina, presidente della Piccolaindustria dell’Unione industriale di Torino - è aumentare la cultura finanziaria delle pmi e favorire la conoscenza degli strumenti finanziari utili a sostenere la crescita delle imprese. Per tagliare il cordone ombelicale con il sistema bancario è necessario fare un salto culturale partendo dal presupposto che in futuro le banche non potranno garantire alle imprese tutte le risorse di cui hanno bisogno».

Visti nel dettaglio, i dati raccontano di nell’arco di 6 anni siano uscite dal mercato le imprese più a rischio: il 46,7% di quelle non sopravvissute, infatti, aveva uno score “negativo”, accanto al 33,4 definite “vulnerabili”. Venti aziende su cento tra quelle che non ce l’hanno fatta a superare la crisi erano invece classificate tra quelle solvibili.

La gestione della leva finanziaria e della componente debito, dunque, emerge come un fattore determinante. E mettendo a confronto la fotografia delle pmi piemontesi, tra 2007 e 2013, emerge come comunque si siano irrobustite, con una quota di imprese a rischio scesa dal 23,4 al 20,6 per cento del totale e un miglioramento del patrimonio netto di 30 punti percentuali.

La dinamica del rischio finanziario, però, pesa e nell’ultimo anno ha fatto registrare un’accelerazione visto che per almeno il 10% delle pmi Cerved ha osservato un downgrade del rating. Allo stesso modo incombe il tema delle sofferenze bancarie, con tassi di ingresso in sofferenza che si sono impennati, dall’1,3% al 2,5. In linea generale, sono 24mila le pmi ad alto rischio nei prossimi anni, 1.200 in Piemonte, con oltre 4 miliardi di debiti finanziari. Mentre esiste un nocciolo duro di 76mila imprese, oltre 6mila in Piemonte, pronte ad agganciare la ripresa.

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