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Questo articolo è stato pubblicato il 17 marzo 2015 alle ore 20:16.

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La start up è stata fondata, da piemontesi doc, nella Silicon Valley, nell’incubatore Plug&Play, «perché in Italia, avuta l’idea, era troppo difficile presentarla a chi, nelle imprese, comanda ed è in grado di assumere decisioni». Al contrario, negli Stati Uniti, da subito è stato possibile confrontarsi con amministratori e ceo e far decollare Alyt.

Ora che la società è nata, prima del lancio sul mercato, i fondatori sono “rientrati” in Italia, attivando una seconda sede (quella centrale resta negli States), che ha trovato terreno fertile nell’incubatore I3p del Politecnico di Torino. «Un luogo, dove si ragiona con logiche internazionali».

La storia del “ritorno” è quella di Luca Capula, Simone Janin, Alessandro Monticone e Mirko Bretto. Quattro giovani, formatisi in ambiti diversi, che hanno deciso di scommettere su un settore che, appena un paio di anni fa, in Italia pochi conoscevano: l’internet «delle cose». Mixando le competenze acquisite nel campo della sicurezza personale e della home automation, gli imprenditori hanno dato vita a una innovativa piattaforma che fa dialogare tutti gli oggetti “intelligenti” presenti in casa o in ufficio.

«Le direzioni di sviluppo sono innumerevoli, dalle Telco alle assicurazioni, dall’edilizia alla sanità – chiarisce Mirko Bretto –. Solo per fare qualche esempio, la lavatrice potrà dialogare con il contatore della luce, scegliendo le fasce orarie migliori per lavare. Il dispositivo antiallagamento parlerà con la centralina che chiude l’acqua se si rompe un tubo. Un misuratore della pressione indossabile avvertirà un paziente in caso di valori alterati».

Il costo dell’apparecchio, prossimo al lancio, è di 199 dollari. Alyt ha avviato anche una prima campagna di crowdfounding, raccogliendo in 60 giorni la somma complessiva di 115mila euro e 570 adesioni.

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