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Vertenza Algida, i lavoratori bloccano lo stabilimento Unilever di Caivano

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Vertenza Algida, i lavoratori bloccano lo stabilimento Unilever di Caivano

Muro contro muro nella vertenza sui 151 esuberi all’Algida di Caivano: ieri nello stabilimento campano di Unilever, multinazionale anglo-olandese del food proprietaria dello storico marchio di gelati, i lavoratori hanno osservato un’ora di sciopero per turno.
Braccia incrociate dalle 13 alle 15 con manifestazione che ha varcato i cancelli del sito e invaso le arterie stradali dell’area industriale. Un corteo in tuta bianca, la stessa che gli 806 addetti napoletani di Unilever indossano quando sono a lavoro.

La protesta che secondo le sigle ha registrato il 99% di adesione aveva come bersaglio la procedura di mobilità che l’azienda qualche giorno fa ha aperto nei confronti di 151 lavoratori. Dietro la scelta, tra le altre cose, le dinamiche del mercato italiano cui si rivolge il 60% della produzione dello stabilimento napoletano (il rimanente 40% va all’estero): tra il 2011 e il 2014 si è registrato infatti un calo del 14 per cento. Unilever ha perso qualcosa come 14 milioni di litri di gelato. Se la domanda si contrae, le aziende riorganizzano, da qui la scelta di adottare il modello organizzativo del World Class Manifacturing e avviare un processo di smaltimento degli esuberi.

La reazione di Fai, Flai e Uila è stata durissima. Il messaggio è: a meno che Unilever non tolga dal tavolo la prospettiva dei licenziamenti coatti, non ci sarà nessuna trattativa. «Non accettiamo azioni unilaterali – commenta il segretario nazionale di Flai Marco Bermani – e per questo la trattativa può ritenersi sospesa fino a che l’azienda non prenda in considerazione prospettive alternative alla procedura che ha aperto». Secondo Maurizio Vitiello di Uila «serve un piano B, un’ipotesi di riorganizzazione che non sia a discapito dei lavoratori ma poggi sui principi quali volontarietà e incentivazione».

Unilever ribadisce che in questi anni «ha cercato di adottare misure che mirassero a una riduzione dei costi evitando la perdita di posti di lavoro. Purtroppo, tali misure non si sono dimostrate sufficienti per ridurre significativamente i costi e oggi è diventato urgente salvaguardare la sostenibilità economica della fabbrica nel lungo termine».

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