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Il riciclo frenato dai prezzi bassi

Industria

Il riciclo frenato dai prezzi bassi

  • –Sissi Bellomo

Un aiuto al portafoglio di imprese e consumatori, ma anche un ostacolo alla tutela dell’ambiente e allo sviluppo della cosiddetta economia circolare. Il crollo dei prezzi delle materie prime sta mettendo in difficoltà l’industria del riciclo: dare nuova vita alla plastica o ai rottami di ferro oggi può costare più caro che produrli a base zero.

Il petrolio, alla base dei prodotti petrolchimici, costa ormai poco più di 30 dollari al barile, contro i 100 dollari e più che quotava un anno e mezzo fa. Un ribasso altrettanto clamoroso hanno subìto i prezzi del minerale di ferro, che condiziona anche il valore dei rottami, mentre le quotazioni dei metalli non ferrosi — come rame, alluminio e nickel — si sono ridotte di circa un terzo.

A suonare l’allarme in Italia sono soprattutto le imprese che si occupano di gestire i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) e quelle che rottamano i veicoli fuori uso.

«Quando si smontano elettrodomestici vecchi, come lavartirci e frigoriferi, nessuno è interessanto ad acquistare i materiali ricavati, come il ferro oppure le plastiche miste. La materia prima è più conveniente di quella rigenerata», avverte Danilo Bonato, direttore generale del consorzio di ricupero Remedia. «Per esempio la plastica mista valeva sui 110 euro la tonnellata, oggi non viene ritirata nemmeno gratis. I riciclatori hanno i piazzali pieni di materiali che nessuno vuole».

Ecco Gabriele Canè, presidente Assoraee, l’associazione dei riciclatori di elettrodomestici ed elettronica: «Con i prodotti asiatici importiamo anche i loro imballaggi e ciò che diventerà rifiuto. Fino all’anno scorso la domanda di materie prima ci consentiva di rivendere agli asiatici questi materiali, ma ora è impossibile».

Altrettanto preoccupato è Mauro Grotto, presidente dell’Aira (Associazione industriale riciclatori auto). «Dalla frantumazione dei veicoli solo pochi mesi fa si ricavava rottame ferroso per un valore di 300-320 euro per tonnellata, oggi siamo scesi intorno a 170 euro. Le direttive europee — aggiunge Grotto — ci impongono obiettivi di recupero, ma per molti materiali non riusciamo più a coprire nemmeno i costi di trasformazione».

La sitauzione più grave riguarda la plastica, ricavata per esempio dai cruscotti e dai paraurti. «Col petrolio a 30 dollari non vale più la pena tirarli via — afferma Grotto. — Va un po' meglio coi metalli più nobili, come rame, zinco, ottone. Col ferro siamo al limite. La situazione è insostenibile».

A complicare c’è la Direttiva europea 2000/53 che fino al 2015 fissava l’obiettivo di recuperare l’85% dei materiali di veicoli rottamati. Dal 1° gennaio la percentuale è salita al 95% ma da anni in Italia non si riesce da anni a superare l’83%.

Il mondo del ricupero spera che questi materiali possano beneficiare della classificazione “end of waste”, cioè non essere più catalogati come rifiuti (con gli adempimenti che ne conseguono) bensì come prodotti. L’alleggerimento della burocrazia per le aziende di tutto il mondo che stanno investendo in circular economy darebbe un aiuto all’ambiente. Ma, come dice Canè di Assoraee, «le leggi scritte con la pancia invece che con la testa producono disastri all’economia e all’ambiente».

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