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Le Marche rilanciano la filiera industriale della canapa

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Le Marche rilanciano la filiera industriale della canapa

Nel giorno dell’equinozio di primavera, simbolo millenario della semina e della rinascita, Monsano – piccolo comune dei Castelli di Jesi, nelle Marche – festeggia il titolo di “borgo della canapa” e lancia un progetto di filiera industriale per recuperare economicamente un'antica coltura dai mille utilizzi in cui l’Italia fino a inizi Novecento era il secondo produttore mondiale, dietro l’Unione sovietica, con oltre 80mila ettari coltivati a cannabis (metà in Emilia-Romagna) contro gli attuali 1.500 scarsi (400 tonnellate di semi).

«Jesi era un importante distretto produttivo europeo di corde di canapa, fornitore della Marina inglese e la canapa era seconda solo al grano per importanza, nella tradizione mezzadrile del Paese. È una coltura che sta tornando in auge e ci sono chance di sviluppo industriale molto interessanti», spiega Fabio Iencenella, imprenditore agricolo della Vallesina, presidente del “Borgo della canapa” di Monsano. Progetto nato alcuni anni fa e che debutta ufficialmente oggi con degustazioni a tema e incontri diretti con i 200 sostenitori dell’associazione che hanno ottenuto dal sindaco di Monsano il riconoscimento di “Denominazione comunale della canapa” (De.Co. di Monsano). Tra cui aziende alimentari che propongono la piadina con farina di canapa e i carciofi all’olio di oliva con semi di canapa (le due prime De.Co. ufficiali di Monsano), imprese tessili che lavorano la canapa (ma la materia prima è importata), calzaturifici che offrono scarpe in canapa o le suole con una mescola di gomma naturale e canapa

La De.Co. è una indicazione geografica più leggera di Dop e Igp, a discrezione dei Comuni, «ed è oggi il nostro punto di partenza – precisa Iencenella – per un progetto industriale sostenibile che parte dal mercato, che già c’è, per risalire a monte e riportare anche la coltura della canapa tra l’Appennino e l’Adriatico. Come sistema-Paese non potremo mai essere competitivi sulla commodity (Russia, Romania, Sud Est asiatico oggi sono i produttori leader con prezzi che sono un terzo dei nostri), dobbiamo puntare su produzioni di nicchia che valorizzino la tradizione, il legame con il territorio e ricostruire l’intera filiera, dai campi al prodotto finito».
La Regione Marche ha già previsto la filiera della canapa nel Psr 2014-2020, «ma il nostro obiettivo non è ottenere 50mila euro di contributi comunitari – prosegue – ma sviluppare una filiera industriale sostenibile e completa». L’Italia ha spazi per crescere sui mercati globali solo se punta su eccellenze manifatturiere al “100% made in”. Il Borgo della canapa – che già coinvolge aziende non solo dell'Anconetano ma anche del Pesarese e del Maceratese – mira ad arrivare a 500 ettari coltivati a canapa in zona per poter così ammortizzare la spesa di un piccolo impianto di trasformazione della fibra di canapa (un milione di euro circa di investimento).

È stata la mancata meccanizzazione agricola a bloccare lo sviluppo dell’industria della canapa in Italia nel secondo dopoguerra, assieme all’avvento di chimica e petrolio. E la confusione normativa ha impedito la coltivazione di cannabis sativa fino a fine millennio. «Di fondo c’è un grosso malinteso – sottolinea il presidente – perché qui si parla di una coltura industriale legale, il tema della legalizzazione della marijuana ci trova totalmente indifferenti». Nelle piante coltivate in Italia la percentuale di THC (la sostanza psicoattiva) è inferiore allo 0,2% (bisogna salire oltre il 4% per finire nell’illecito) e la canapicoltura è finita finalmente al centro di una proposta di legge – in discussione al Parlamento– per il sostegno e la valorizzazione dell’intera filiera industriale della canapa.

Coltura tornata in voga al punto da meritarsi l’appellativo di “oro verde” (non come droga) ma come materia prima del futuro per la sua sostenibilità, redditività e versatilità: è autodiserbante perché cresce più in fretta delle infestanti, richiede pochissima acqua per la coltivazione, ha qualità di fitorisanamento del suolo (è usata per bonificare siti inquinati), assorbe quattro volte la CO2 degli alberi. E della canapa non si butta via niente: con le fibre si fanno tele, corde, imbottiture e carta (la migliore in assoluto ancora oggi per qualità e resistenza senza l’utilizzo di sbiancanti chimici); con il cannapulo si fanno pannelli isolanti (i preferiti in bioedilizia), pellet, biomassa; dai semi si ottengono farina senza glutine ad alto contenuto proteico e olio ricchissimo di omega 6 e 3; lo stesso olio diventa cosmetico, vernice, inchiostro, biocarburante. «Siamo in ritardo sulla concorrenza – conclude Iencenella – la Francia è tornata già a coltivare 15mila ettari di canapa».

La Germania sta inseguendo puntando su nuove tecnologie di meccanizzazione ad hoc, il Canada sta sfidando la supremazia cinese con 100mila ettari di canapicoltura e investimenti all’avanguardia per tecnologie industriali: è iniziata un anno fa la costruzione a Winnipeg del più grosso impianto al mondo di trasformazione dei semi (14 milioni di dollari di investimento, di cui 4 dal Governo federale). In Italia è stato da poco inaugurato il secondo piccolo impianto di trasformazione della fibra di canapa a Crispiano (Taranto), dopo quello di Carmagnola (Torino). Un ettaro a canapa industriale costa 6-700 euro e ne rende almeno il doppio (anche tre volte tanto per attività familiari) e la conversione colturale inizia a essere valutata con interesse dagli agricoltori nostrani, che si ritrovano a lavorare in perdita anche il girasole.

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