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Dossier Il peso crescente del risparmio gestito

    Dossier | N. 5 articoliRapporto Private Banking

    Il peso crescente del risparmio gestito

    Dalla crisi Lehman, altre ne sono susseguite. Da quella del debito sovrano area euro nel 2010-2011 alla crisi greca, fino alla Brexit, che ha portato una nuova ondata di volatilità sui mercati. Con tutte queste crisi e i relativi scossoni sui mercati, sono cambiate anche le esigenze dei risparmiatori, che hanno cominciato ad avvertire sempre più l’esigenza di un supporto consulenziale per una corretta allocazione.

    Lo conferma anche il Quaderno di ricerca di Assogestioni, «L’allocazione del portafoglio nel ciclo di vita – Quarant’anni di dibattito”, scritto da Luigi Guiso dell’Einaudi Institute for economics and finance & Cepr. Un lavoro che trae conclusioni sui profili di allocazione lungo il ciclo di vita che consulenti finanziari e gestori dovrebbero raccomandare alle famiglie. Il lavoro mostra come il profilo ottimale da raccomandare sia più complesso di quello semplice suggerito dalle tradizionali regole. Insomma, in un mondo più complesso con mercati più difficilmente intellegibili, il ruolo del consulente è sempre più importante per creare il giusto asset mix, corrispondente al profilo rischio rendimento del cliente, e aggiustarlo nel tempo.

    Ma come sono cambiati i portafogli in questi anni di crisi? I dati targati Aipb, l’Associazione italiana private banking, mostrano un incremento dal 2008 a fine 2015 della raccolta gestita, che alla fine del 2015 pesava sul portafoglio per circa il 40% (era 26,1%, nel 2008). La raccolta amministrata, invece, è scivolata al 28,5% dal 44%, mentre prodotti assicurativi e raccolta diretta avevano un peso rispettivamente del 15,9% e del 5,6%. In particolare, gli strumenti cresciuti di più nei portafogli dei clienti sono stati i fondi comuni, arrivati a pesare per il 21,5% (11,4% a fine 2008), la percentuale più alta nell’asset mix, seguiti da gestioni patrimoniali (18,1%) e prodotti assicurativi (15,9%).

    «Il private banking è sempre stato connotato da una quota di asset amministrati superiore a quelli gestiti. L’inversione del trend è avvenuta nel 2014, prevalentemente per effetto del permanere dei tassi bassi», spiega Simona Maggi, direttore scientifico Aipb. Non a caso, di pari passo con la riduzione negli anni dei tassi d’interesse, poi, è calato il peso attributo ai titoli di Stato, passato al 9,9% dal 16,6% di fine 2008, e alle azioni (all’8,8%, dal 13,3% a fine 2008). Più nel dettaglio, a fine 2015 la maggior componente fondi era composta da prodotti obbligazionari e flessibili, che complessivamente pesavano per circa il 70% (rispettivamente 36,1% e 33,2%). Gli azionari, invece, rappresentavano il 22,3%, mentre la restante parte era stata allocata tra prodotti monetari, strumenti alternativi e altre gestioni. «La componente alternative sta crescendo. Vale la pena ricordare, però, che sebbene gran parte della clientela private abbia un profilo di rischio tra il dinamico (34%) e l’aggressivo (36%), la dimensione media del portafoglio permette di diversificare realmente in base a diversi obiettivi d'investimento e la quota speculativa pesa mediamente solo il 14% del totale degli asset investiti», aggiunge Maggi.

    Ma i private bankers come scelgono i prodotti da inserire in portafoglio? Guardano soprattutto rischio, performance, costi, qualità del gestore e stili di investimento, secondo l’analisi condotta da Aipb. Il primo elemento in assoluto sono le misure di rischio, valutate dal 68% degli operatori prima di inserire il prodotto nella gamma di offerta. «Sebbene rilevazioni campionarie sul mercato mostrino negli anni una progressiva crescita dei profili dinamici e aggressivi, il 96% degli operatori assiste i propri clienti assicurando un monitoraggio costante dell’esposizione al rischio dei portafogli investiti utilizzando indicatori di VaR, indici di concentrazione, l’esposizione per asset class, area geografica, duration, rating», argomenta Maggi. Altri driver prioritari sono la struttura dei costi e la complessità del prodotto: «Anche nelle fasi successive i due indicatori vengono tenuti sotto controllo, dal momento che il 91% degli operatori dispone di piattaforme operative per la formulazione delle proposte di investimento personalizzate sul cliente che permettono di valutare gli strumenti tenendo conto di qualità, efficienza, costo e rapporto rischio/rendimento nel singolo portafoglio», prosegue l’esperta. Quanto al track record del prodotto e del team che lo gestisce, «performance passate e sostenibilità delle performance nel tempo vengono valutate dal 62% degli operatori, mentre la qualità del gestore in termini di esperienza e fidelizzazione sono prese in considerazione dal 61%», conclude Maggi.

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