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Gap di competenze per Industria 4.0

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Gap di competenze per Industria 4.0

Industria 4.0 può essere il «motore» giusto per far ripartire investimenti e produttività in Italia. Ma il rischio è che il motore giri a vuoto se non ci sarà un altrettanto grande sforzo per adeguare le competenze di chi non vuole essere escluso dalla quarta rivoluzione industriale. La strada da fare è molta visto che un lavoratore su due oggi ha competenze scarsissime o nulle in Ict.

«La situazione è allarmante, nei Paesi Ocse dal 45 al 60% della forza lavoro, in Italia quasi il 50%, ha zero o scarse capacità informatiche. Per questo senza un piano sul lavoro 4.0 anche le grandi opportunità di industria 4.0 possono essere messe seriamente a rischio», avverte Stefano Scarpetta, direttore occupazione, lavoro e affari sociali dell’Ocse. Che ieri insieme ad altri 60 esperti da tutto il mondo invitati dall’Aspen institute a Firenze hanno parlato della «creative disruption» provocata dalle tecnologie che dalla medicina all’industria stanno cambiando rapidamente tutti i paradigmi.

Per Scarpetta la digitalizzazione della manifattura porta con sé grandi potenzialità: «È un motore che se legato a un periodo di stabilità politico-economica può generare una ripresa degli investimenti e quindi una maggiore produttività». Ma per farlo viaggiare al massimo questo motore è necessario – secondo l’economista dell’Ocse – indicare «un percorso chiaro in cui le aziende dovranno fare la loro parte». È noto che la Germania almeno in Europa da anni ha fatto da apripista nel cambio di pelle della manifattura verso la rivoluzione digitale. E non è un caso che il Governo di Berlino dopo aver prodotto un «white paper e un green paper su industria 4.0 ha realizzato anche un documento sul lavoro 4.0», ricorda Scarpetta. Che per un piano italiano «necessario e urgente» indica alcuni pilastri: «Innanzitutto bisogna ripensare il sistema formativo della scuola e dell’università legandolo maggiormente al mondo dell’impresa». L’obiettivo – avverte l’economista – non deve essere solo quello di formare persone con gli skill tecnici, «ma anche altre che abbiano quantomeno skill minimi di base e i soft skill sempre più necessari e su cui Italia è indietro».

Fin qui il primo pilastro. Il secondo «altrettanto cruciale» riguarda la formazione continua di chi è già sul mercato del lavoro e che deve riguardare chi ha oggi competenze intermedie o basse: «Purtroppo finora gli sforzi si sono concentrati su chi aveva già high skill. Invece l’obiettivo è quello di raggiungere una grande quota di lavoratori e non solo quelli che appartengono a settori a rischio, ricorrendo anche alle nuove tecnologie che offrono opportunità efficaci e a basso costo per ridurre questo gap formativo».

Nel seminario organizzato da Aspen nei diversi interventi – divisi tra ottimisti e pessimisti – la domanda sottesa alla fine girava su un punto: quale sarà il saldo occupazionale della quarta rivoluzione industriale?

«Non vedo un rischio di disoccupazione maggiore provocato dalle tecnologie, il saldo non sarà negativo», spiega ancora l’economista Ocse che però vede una minaccia nell’aumento delle diseguaglianze – «sia come stipendi che come prospettive di carriera» – tra chi ha competenze adeguate e chi no: «I lavori intermedi già negli ultimi venti anni sono stati colpiti , ma negli ultimi anni questo processo si è velocizzato». Il nostro sistema di protezione sociale è pronto? «Il jobs act è stato un primo passo ora bisogna cambiare la marcia sul fronte delle politiche attive e del sostegno al reddito».

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